Condivisione vera
3 febbraio 2016
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Condivisione vera

Di fronte all’aumento delle cosiddette polveri sottili, che ha avuto una vertiginosa impennata a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno, i media ci hanno soffocato con notizie ed avvisi circa il tasso d’ inquinamento di alcune grandi città italiane, specie del nord. Nell’elenco delle varie misure decise per arginare l’emergenza si è ricorso spesso al termine car sharing [pronuncia: car-scèring]. Di cosa si tratta?

Abitudine già consolidata negli Stati Uniti, e poi trasferita al Regno Unito, essa consiste nell’uso condiviso di un’ automobile (car, appunto): se ad esempio per motivi di lavoro più persone devono recarsi quotidianamente nel medesimo luogo, queste si organizzano per utilizzare una sola automobile, dividendo le spese – oppure facendo ricorso ad efficienti agenzie di car sharing. Obiettivi di tale pratica sono sia il risparmio economico (carburante, usura del veicolo) che quello di tempo: meno automobili contribuiscono a diminuire il carico di traffico ed ancora – forse la ragione principale – a ridurre il livello di inquinamento, soprattutto nelle aree metropolitane.

Sebbene non denominato con questo termine “esterofilo” molti ne hanno fatto diretta esperienza – ed ancora continuano a farla: nel mondo della scuola, ad esempio, tanti insegnanti, costretti al pendolarismo per raggiungere sedi di lavoro disagiate e/o poco servite dal trasporto pubblico, hanno diviso le spese e viaggiato con una sola auto. Certamente hanno risparmiato ed  “inconsa-

pevolmente” aiutato l’ambiente!

Car sharing: un suggerimento per una maggiore coscienza ecologica ma anche un segnale per un rilancio delle relazioni sociali. Zigmunt Bauman, uno dei più influenti pensatori contemporanei, sostiene al riguardo che oggi la società è caratterizzata sì da “reti” ma in misura minore da “comu- nità”. Se infatti la rete consente contatti sempre più rapidi, d’altro canto essa può generare insicurezza, infelicità e paradossalmente solitudine; al contrario la comunità ha il pregio di rafforzare l’individuo, migliorare la sua autostima, aumentare la fiducia in se stessi. C’è quindi bisogno, secondo il sociologo, di più comunità. Di qui al secondo termine che compone la locuzione che stiamo esaminando: sharing (dal verbo share) [pronuncia: scèr], condivisione, in italiano. Il vocabolo non ci è del tutto sconosciuto: nel campo delle rilevazioni statistiche o di gradimento dei programmi televisivi o di eventi teletrasmessi, share indica la percentuale di popolarità acquisita, perché calcolata su un insieme che comprende la totalità degli utenti o dei telespettatori. I più giovani poi, ma non soltanto, che frequentano i social network, conoscono il termine perché lo utilizzano per segnalare contenuti digitali visionati, per apprezzarli e proporli ad altri.

Condivisione: una parola che apparentemente ha invaso il nostro tempo, ma che poco lo abita. Riprendendo i suggerimenti di Bauman, la condivisione in rete è però qualcosa che avviene al riparo e protetta dalla distanza del cosiddetto “muro di vetro”, lo schermo del computer. Essa è un attimo fuggevole, che non aggiunge e non toglie nulla all’esperienza personale, un istante che ci lascia alla nostra individualità e alle nostre abitudini, che ci fa restare neutrali o peggio ancora indifferenti. La vera condivisione invece interroga, inquieta, spinge ad andare verso, a conoscere, a riconsiderare, a schierarsi.

Non ci stiamo rendendo conto che abbiamo ridotto il nostro mondo ad un “muro di vetro” che ci condanna – come affermato da Papa Francesco – ad una falsa neutralità che ostacola la condivisione.☺

 

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