17 marzo: festa o tracollo?
2 Marzo 2011
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17 marzo: festa o tracollo?

 

Celebrare o no l’unità d’Italia il prossimo 17 marzo? Sembrerebbe che una sola giornata di festa, potrebbe affossare l’Italia in difficoltà economica; rappresenterebbe un lusso che non possiamo permetterci; “pura follia e incostituzionale” proclama la Lega; concorda, con voce apprensiva e dolente, la Presidente  della Confindustria unita ad altre voci. L’Istat comunicava: i dati della minima crescita: l’Italia agli ultimi posti tra i paesi europei. Un paese in declino non genera presa di coscienza delle ragioni  di un simile scenario, se di storia si tratta, è opera dell’uomo, responsabile del “divario” sociale tra aree del paese, tra benestanti meno numerosi e più pingui e impoveriti  del paese come del mondo attuale.

A noi, cosiddetti occidentali, l’unico mondo pareva fosse il nostro. Sorpresi dall’esistenza di un nuovo mondo subito ce ne siamo impossessati, cancellandone storia, cultura e popoli. Si è rappresentato questo misfatto con i termini madre patria e territori d’oltre mare. Erano colonie di schiavi delle diverse corone e quando non bastarono alle pretese dei padroni, si realizzò la deportazione forzata dall’Africa. La prima volta che la parola mondiale è stata associata ad evento riconosciuto da tutti accadde con la prima e seconda guerra europea del novecento dette “guerre mondiali”. Sarà stato questo misto di occupazioni coloniali e guerre il secondo mondo, mai definito,  dato che, al termine di entrambi i fenomeni, apparve, negli anni ’60 del XX secolo, un terzo mondo per indicare quei paesi e popoli impoveriti, ai quali si riconsegnava un territorio defraudato e depauperato, sollecitandoli ad inseguirci nel modello di vita; paesi “in via di sviluppo” si disse, ma sono ancora sulla via. È bastato poco tempo ancora per dover riconoscere un quarto mondo, quello che non aveva neppure forza di incamminarsi. Lo si è liquidato subito; se ancora  rimane iscritto nelle carte geografiche, non serve nominarlo; ormai, nel mondo-mercato conta distinguere chi corre, non chi è fermo o, peggio, è di peso.

La metafora dell’occidente in rapporto al mondo può rappresentare, per analogia, il percorso dell’Italia unita. Il nome Italia circola dai tempi dei Romani, ma dentro gli imperi rappresenta sempre uno spazio di sudditi. Italiana viene detta la lingua volgare che trapassa dal latino dei nobili; letteratura volgare e poi italiana le opere dei suoi scrittori e poeti che saranno detti italiani solo secoli dopo: Francesco, tra i primi scrittori, è umbro, Dante è fiorentino. Nei territori distinti, ma sempre più accomunati da un’unica lingua, unisce la condizione di sudditanza al potere assoluto: sudditi e tributari di corone laiche o religiose.

I sognatori avvertirono in casa, in esilio o nelle regie galere, che si potesse immaginare  un mondo nuovo,  trasformare un popolo di sudditi in cittadini liberi. Il presente indegno faceva loro invocare un mondo diverso chiamato Italia, terra unificata degna di ospitare un popolo unificato e solidale. L’opera accadde, ma per mano militare come piemontesizzazione del tutto. I sognatori incrociarono le lotte più varie, generate da condizioni d’ingiustizia: quella milanese contro l’oppressione austriaca, quelle per fame e dignità nel sud, racchiuse nella categoria dei briganti. 

Dal centro del potere, unificato al nord, inizia la legislazione speciale per una parte, mentre occorrevano leggi per tutti i cittadini della nuova nazione; ciò non innesca legami tra diverse realtà locali ma esaspera distanze e differenze. Sarà il popolo, da solo, ad autogenerare una storia unitaria. La grande guerra porterà, forzatamente, fianco a fianco, nord e sud; la grande emigrazione interna farà unico il popolo del sudore e dei dialetti regionali; la comunicazione di massa darà a tutti quell’unica lingua, parlata e scritta da secoli, che le strutture educative dello stato unitario non avevano saputo offrire, tanto al nord che al sud.

La questione meridionale

Al governo unitario eletto, per 85 anni, con voto maschile e per censo,  fu posta la questione principe della nuova nazione, quella meridionale, né affrontata né risolta. Nel primo ventennio unitario quei mali sono addebitati al sistema borbonico. Eppure, già nel 1874 e nel 1876, vince le elezioni la generazione nuova degli scontenti della destra liberale. Sale al potere la sinistra rimanendovi fino alla prima guerra mondiale; in essa la rappresentanza meridionale costituisce il nerbo della nuova maggioranza: anch’essa non risolve i vecchi problemi, ne crea di nuovi. Si instaura, infatti, come in una medaglia, la duplice faccia del tema: la realtà e la sua rappresentazione, mentre l’irrisolta questione ha il fulcro nel problema del soggetto adatto a spezzare il circolo vizioso. Alla classe politica meridionale, che farà della politica la risorsa per sopravvivere, il meridionalismo consente di parlare al sistema nazionale ma in sede di compensazione di interessi regionali. Nel 1945 il sociologo americano Banfield, ripercorrendo la leggenda nera della questione, parlerà di “familismo amorale”: la questione si situa oltre la rappresentazione, diventa funzionale al mantenimento fatalistico ed inerte dello status quo.

Nonostante lo sforzo meridionalista del secondo dopoguerra la questione rimane, né l’attuazione, da oltre trent’anni, dell’ordinamento regionale provoca lo scatto in direzione dello sviluppo e dell’efficienza; rafforza, invece, le classi politiche locali e il partito unico della spesa pubblica. Riemergono i meccanismi del primo ventennio unitario (1861-1880) a partire da quello della criminalità organizzata, della collusione nell’intreccio di politica e affari e nella capacità di controllo e mediazione del consenso.

La Chiesa stessa, spalmata nel territorio, per la  sua collocazione tra la gente diverrà, involontariamente, fattore acritico di unità sostanziale prima e oltre l’unificazione statuale. Non in forza di un magistero attento e sicuro, bensì in relazione al fermento socio-culturale suscitato da iniziative che, pur opponendosi all’unifi- cazione, costituiranno una rete di organismi cattolico-sociali legati alla base parrocchiale e all’organizzazione ecclesiastica. “Non c’era la coscienza e la mentalità adeguata, non c’era la sensibilità necessaria e se si interveniva il tono era sempre paternalistico e consolatorio”. Verrà, molto tardiva, una stagione più attenta e profetica, nel 1989, in coincidenza col crollo del muro di Berlino, solo allora, dopo 130 anni, l’intero episcopato italiano  assume come questione ecclesiale nazionale la questione meridionale.

La condizione di sudditi o di cittadini protagonisti si nutre ad una radice spirituale prima che politica, come quella della civiltà comunale italiana dei secoli XI – XIII. La generazione nuova di mercanti e artigiani si costituì in strutture di rappresentanza e di cittadinanza: i “Boni homines” (uomini buoni). Sulla via del tramonto di tale civiltà – sec. XIII-XIV – lacerata al proprio interno dai contrasti sociali e fagocitata, poi, dalle nascenti “Signorie”, quei cittadini tentarono di salvare tale prima forma di democrazia elettiva promulgando le cosiddette “leggi antimagnatizie” impedendo l’esercizio dei pubblici uffici a coloro che fossero dichiarati “magnati”; questi però riuscirono ad accordarsi con i ricchi popolani – detto “popolo grasso” – e con i ricchi commercianti per fare fronte comune. Al di fuori restava il cosiddetto “popolo magro”, ovvero gli artigiani e il “popolo minuto”. Cosa verrà dal nuovo federalismo leghista?  Historia docet (la storia insegna). ☺

 

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