1921-2021
7 Gennaio 2021
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1921-2021

“Fare gargarismi con acque disinfettanti (dentifrici a base di acido fenico, acqua ossigenata), viaggiare in ferrovia il meno possibile, evitare contatti con altre persone, non frequentare luoghi dove il pubblico si affolla (osterie, caffè, teatri, chiese, sale di conferenze)”. Le solite raccomandazioni che sentiamo ormai ripetere da mesi… E invece si tratta di alcune indicazioni tratte da un decalogo che il Comune di Milano pubblicò più di cento anni fa, il 17 ottobre 1918, insieme alla decisione di rimandare a data da destinarsi l’inizio della scuola, di ridurre l’orario di apertura dei negozi, con le sole farmacie a beneficiare di un allungamento dei turni, eccetera eccetera.

Il bilancio della cosiddetta “febbre spagnola” era diventato insostenibile e nel giro di circa tre anni una sconosciuta e micidiale influenza avrebbe contagiato 900 milioni di persone e ne avrebbe uccise tra 50 e 100 milioni. Il condizionale è d’obbligo perché, nonostante questa pandemia sia ritenuta, per morbilità e mortalità, il peggior disastro sanitario della storia, i dati e le notizie in nostro possesso sono ancora oggetto di discussione. Del resto, come era possibile censire il numero dei malati e delle vittime nei convulsi mesi che precedettero la battaglia di Vittorio Veneto, nel caotico dopoguerra europeo, durante la guerra civile in Russia o i tumulti del riso in Giappone, se persino nel 2020 pare impossibile comparare i dati del Covid-19 fra Italia e Germania, o anche solo fra Piemonte e Lombardia? Quali erano i criteri usati da medici, ufficiali militari e amministratori nel mondo del 1918-1921? In secondo luogo, è solo dalla fine degli anni Novanta che la storiografia internazionale ha cominciato a dare rilievo al fenomeno – di fatto assente fino a qualche decennio fa anche nei manuali di storia. Questo risveglio di interesse si è avuto in seguito al ritrovamento, avvenuto in Canada nel 1997, dei corpi congelati di alcuni Inuit (un piccolo popolo dell’Artico) morti durante la pandemia. È stato così ricostruito in laboratorio il virus responsabile della febbre spagnola, il sottotipo H1N1, simile a quello dell’ influenza del 2009, la cosiddetta “suina”.

Lontana da una conclusione è anche la ricerca sull’origine della malattia. L’ipotesi più diffusa è che il contagio sia venuto dal Middle West, negli Stati Uniti, e più di preciso dai sovraffollati campi di addestramento dei soldati destinati all’imbarco, che lo avrebbero poi portato in giro in Europa. E la guerra, la mancanza di cibo, le scarse condizioni igieniche, gli ospedali al collasso avrebbero fatto il resto. Il virus non sarebbe quindi nato in Spagna, nonostante l’aggettivo che da sempre lo accompagna. La Spagna era uno dei pochi Paesi rimasti neutrali nell’Europa della Grande guerra, e per questo il minore controllo esercitato dalla censura consentì alla stampa di fornire notizie sull’epidemia, mentre gli altri Paesi coinvolti nel conflitto avevano imposto una ferrea censura su tutte quelle notizie che si riteneva potessero incrinare il morale al fronte o nel cosiddetto fronte interno. Alla diffusione dell’attributo “spagnola” contribuì anche la notizia, circolata nella primavera del 1918, che in tre giorni si erano ammalati ben due terzi dei madrileni, incluso il re Alfonso XIII.

Nessuno sa dunque con precisione come comparve il virus, e neppure come e perché scomparve. Di sicuro si sa solo che ogni famiglia fu colpita dal contagio e pianse le proprie vittime. Perfino in una realtà piccola come quella del mio paese, Bonefro, l’influenza infierì così duramente sulla popolazione, che andarono esaurite le tavole per costruire le bare. Nell’ autunno del 1918, in coincidenza con la seconda ondata del virus, che fu molto più letale della prima, si raggiunse il tasso più alto di mortalità: “dal 30 settembre al 9 dicembre a Bonefro trovarono la morte 157 persone” (M. Colabella, L’Università della Terra di Venifro. Storia e cronaca di Bonefro dalle origini ai nostri giorni, Campobasso, Tipografia L’Economica, 1974, p. 311). Dai racconti dei genitori, qualche anziano di Bonefro ricorda anche che le campane a morto suonavano tutti i giorni, anche più volte al giorno. Particolare che quadra con un altro provvedimento dell’epoca, quando il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando si trovò costretto a vietare il suono delle campane per i funerali, soprattutto dove il morbo aveva causato più vittime – come per esempio a Torino, dove nell’ottobre del 1918 si registravano anche 400 morti al giorno.

Nel gennaio 1919 partì una terza ondata di febbre spagnola che marciò assieme alla smobilitazione degli eserciti e proseguì fino all’inizio del 1920. Ma sembra che ancora nel 1921 si siano verificati nuovi focolai in alcune isole del Pacifico. Con un pizzico di ironia, non rimane quindi che sperare che la cabala dei numeri, più volte notata, che sembra accomunare le due pandemie, funzioni anche per la loro fine, e che il 2021, come il 1921 per la febbre spagnola, si lasci alle spalle l’altrettanto devastante ciclone del Corona virus.☺

 

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