20 giugno, ore 20
3 Ottobre 2018
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20 giugno, ore 20

Ore 20,00 del 20 giugno, un’auto sta correndo lungo una strada ad alto scorrimento della periferia di Bologna. All’improvviso si ferma in mezzo al traffico. Suoni di clacson, rumori di frenate, imprecazioni, poi rumori di portiere aperte e una donna esce dall’auto urlando: “Chiamate un’ambulanza” … altre frenate, persone che si fermano a guardare, passanti, motociclisti che offrono il loro aiuto, chi ferma il traffico, chi dà una mano dentro l’auto, chi fa scorrere le auto che si vorrebbero fermare e, dentro l’auto, una donna si improvvisa infermiera e dottoressa insieme, apre una camicia, preme con forza sul torace e va avanti così per 16 lunghissimi minuti, senza sosta, senza fermarsi nonostante la stanchezza … poi il rumore dell’ambulanza che sta arrivando e finalmente può lasciarsi andare, sfinita, il suo compito è terminato.

Nel frattempo un uomo dentro l’auto è morto due volte e altre due mentre i medici lo mettono sull’asfalto e continuano la loro opera, per due volte è scattato il defibrillatore, punture, ghiaccio, movimenti frenetici, poi finalmente si parte verso l’ospedale … la corsa frenetica, l’arrivo, i medici, il chirurgo, la camera operatoria, e finalmente, tutto si ferma in attesa di sapere quale sarà il suo destino.

Quell’uomo ero io; e no, non chiedetemi cosa ricordo dato che ero in coma irreversibile per sei lunghi giorni, no, non ricordo nulla, così come non ricordo niente dei giorni precedenti, un vuoto di quasi un mese: il destino mi ha rubato un mese della mia vita, ma mi ha regalato l’opportunità, di vivere una seconda vita.

Ricordo poco, mi hanno raccontato delle persone che mi venivano a trovare, dei medici che ogni giorno scuotevano la testa e discutendo pensavano dove mandarmi, in quale casa della Salute, in quale luogo di lungodegenza, per loro non avevo speranza, troppi minuti senza ossigeno, sì ero vivo ma chissà in quali condizioni … poi mi sono svegliato, e non capivo il sorriso di chi mi ama, lo sguardo dolcissimo velato da lacrime, non capivo le lacrime nascoste, le domande astruse: “Che giorno è”, “In che anno siamo?” e quando dicevo “2016”, se ne andavano scuotendo la testa, ma perché mio figlio mi chiedeva quella regola, difficile, del Baseball?

Ora dopo tre mesi sono qui, mi sono rialzato, cammino con le mie gambe, parlo normalmente, uso le mie mani, ok … se scrivo le parole sembrano strani segni, mi hanno inserito un defibrillatore, prendo mezzo chilo di medicine al giorno e se mi viene voglia di correre è meglio che ci pensi su…

Sono un credente, ma ho sempre pensato che se fossi entrato in coma irreversibile avrebbero dovuto spegnere tutto, non ci tenevo di certo a vivere come un vegetale, ma ora? Cosa posso dire a me stesso? Io ci sono stato là in quel mondo strano della morte. Sì, sono morto non una ma più volte, i medici me lo hanno detto più e più volte, sono stato là dove non si torna più indietro… ma ora mi guardo dentro e posso solo dire: No! Nel caso, non spegnete quella macchina.☺

 

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