Epifania dell’altro
3 Giugno 2015
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Epifania dell’altro

“Sarebbe contro natura

che un pensiero umano

non abitasse mai in qualcosa di umano”

(S. Weil Corrispondenza)

L’anamnesi

Il mondo moderno, questa figura storica globale in cui è possibile ricondurre altre categorie come l’Occidente, l’Europa, il Nord del mondo e, ultimamente, il grembo sorgivo del Finanzcapitalismo sfrenato, virus devastante delle relazioni umane, delle economie e della capacità rigenerative della terra, tale mondo ha avuto come proprio atto fondativo la scoperta-conquista dell’ America custodita quale data simbolica dell’inizio, opportunamente ripulita da ogni riferimento allo sterminio di 60-70 milioni di Indios, annientati in vario modo. L’Occidente è nato con la rimozione dell’Altro.

Quando Colombo ritorna verso le Americhe, nel suo diario in parte rimasto conservato, usa due parole soprattutto: “oro” e “battesimo”. Egli va per due scopi: a battezzare gli infedeli per salvarli, e per portare a casa tanto oro. Oro e battesimo le due parole di un mondo teocratico diventano nella civiltà laica moderna “oro” e “civiltà”. Fra il paradigma teocratico e il paradigma moderno c’é continuità. L’idea sacra del mondo moderno, nella fase imperialistica della rivoluzione industriale e oggi della globalizzazione, è la civiltà. Che significa la civiltà? Il dominio unico – prima coloniale, poi economico, ora finanziario – della modernità, elaborato infine come unica civiltà del globo, – pensiero unico sterminatore di altre culture – porta con sé l’affermazione della rimozione dell’Altro.

La nostalgia dell’Altro

Francesco d’Assisi, nella storia della fede cristiana e nell’antropologia, rappresenta un fenomeno senza pari. Nel suo testamento Francesco ci dice che tutto cominciò quando egli baciò un lebbroso. Non fu solo un atto di carità, fu una rivoluzione epistemologica: in quel momento Francesco cominciò a guardare il mondo dal punto di vista del lebbroso, e allora “quel che prima mi era dolce mi diventò amaro e quel che prima mi era amaro mi diventò dolce”. Un nuovo metodo di conoscere Dio e il mondo veniva instaurato. È la scoperta dell’Altro. Mentre il paradigma teocratico del suo tempo prevedeva lo sterminio dei Saraceni egli mandò i suoi frati dicendo loro: “valde diligere debemus Saracenos” (molto dobbiamo amare i Saraceni). Questo perché egli era disposto a guardare sé con l’occhio dell’Altro. Francesco non fu l’unica voce nella società teocratica.

Le pagine di Bartolomeo de Las Casas, coevo di Colombo, sono straordinarie. Nel 1514 la sua conversione dalla teologia teocratica alla scelta dell’Altro, ad opera della parola della Scrittura che seppe accogliere con purezza profetica. Mentre alcuni teologi discutevano se gli Indios fossero uomini o no, egli osò scrivere che gli Indios gli sembravano uomini prima del peccato originale. Ammirazione che si diffuse in quel secolo nei gruppi dei frati mendicanti e nei gesuiti – una storia della chiesa che non è stata scritta – i quali, nell’impossibilità di riformare la chiesa nelle metropoli, pensarono di recarsi in questo nuovo mondo per dare origine a comunità che rassomigliassero a quelle degli Apostoli. La creazione delle reduciones è una pagina da non prendere alla leggera se si pensa per quali ragioni furono soffocate: per l’alleanza fra il trono e l’altare. Ancora si scrive nella memoria storica che i gesuiti furono soppressi perché i principi illuminati d’Europa non ne potevano più delle loro trame, mentre pare che tutto sia cominciato con il precedente che le reduciones disturbavano l’imperialismo del Portogallo, allora grande potenza coloniale: eliminare le reduciones, significava eliminare comunità pericolose sia per lo Stato mercantile che per la Chiesa d’occidente. Ancora Tommaso Moro nel suo celebre Utopia, mentre si intrecciavano i tralicci della civiltà moderna, aprì spiragli per una civiltà basata sulla pace e sulla comprensione del diverso.

L’illusione del monologo

C’è da chiedersi se alle soglie del nuovo millennio ci sia un evento capace di dare una svolta alla storia che è già presentita, contenuta, auspicata dalla cultura più avanzata del nostro tempo. Questo evento è l’apparizione dell’Altro; è la crisi della civiltà come fine del monologo. Abbiamo da una parte un ordine mondiale che ha preso corpo, nel secondo dopoguerra, nelle Nazioni Unite. Si affermarono le potenzialità del diritto, la forza inesausta del colloquio come via alla reciproca accoglienza e fu seminato il seme della mutua responsabilità solidale circa le sorti di vita dei popoli. Dall’altra, come se non esistesse questo germoglio di diritto condiviso e pacificatore, abbiamo la vecchia tradizione della sicurezza affidata all’intervento militare.

Noi non siamo in grado di proseguire la storia se non inserendo nel monologo la rottura, la presenza dell’Altro come tale. Non l’Altro da relegare, con sentenza irreversibile nel nonsenso, né l’Altro da integrare benevolmente dentro la nostra identità, ma l’Altro che resti tale e con il quale sia possibile stabilire uno scambio che non preveda come progetto segreto la negazione, l’annullamento dell’alterità, ma la sua permanenza. Il mondo domani non sarà un villaggio globale, nel senso unitario che suggerisce il termine, ma piuttosto il reticolato di una pluralità di culture in comunione tra loro. Scriveva Levinas: “il senso dell’avvenire è l’epifania dell’Altro”; gli faceva eco padre Balducci: “dobbiamo riapprendere nomi di ‘tribù’ che erano usciti dalla nostra memoria”.

La ragione ha risorse in sé per passare da uno statuto monologico ad uno dialogico. Non occorre flirtare con le visioni apocalittiche sull’Occidente. L’Occidente non deve svendersi, bensì trovare all’interno di se stesso le risorse per passare da uno statuto monologico ad uno dialogico. L’Europa è costretta a confrontarsi finalmente con l’Altro, e non più con il piglio dell’aggressività, non più con la tracotanza sacra o laica dei conquistadores del 500, ma in un atteggiamento di rispetto e di attesa, nella convinzione che il futuro dell’umanità passa attraverso l’accoglimento dei doni che le culture sommerse o rimosse sono in grado di portare al comune destino del genere umano. Purtroppo l’Europa si attrezza più per affondare popoli e scafisti e si sfila dal dovere di soccorrere i propri diseredati e gli Altri, profughi, provenienti dalle terre da lei sfruttate e abbandonate al loro destino.☺