99 ragioni per esserci  di Antonio Di Lalla
4 Ottobre 2013
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99 ragioni per esserci di Antonio Di Lalla

 

Un bel traguardo: quota 99 cannelle, come il monumento della terremotata e dimenticata L’Aquila. E la fonte non solo non si è essiccata, ma anzi da essa continuano a sgorgare rigogliosi, a volte perfino impetuosi, sogni e speranze, lotte e contestazioni, passione civile e proposte di cambiamento. Quando abbiamo cominciato a giocare con la carta stampata non ci eravamo prefissi mete, ma nemmeno avremmo mai immaginato tanta strada, poggiando il tutto esclusivamente sul volontariato. Dallo sparuto gruppo iniziale siamo andati arricchendoci progressivamente di compagne e compagni di strada che, condividendo gli obiettivi, si sono aggiunti apportando il loro prezioso contributo che rende ogni numero così variopinto, in cambio solo di fame certa – la cultura non si mangia, pontificava un saputo ministro – e di fama possibile, dato che la rivista non passa inosservata.

Non poteva non essere così perché da sempre, anche in tempi di acqua imbottigliata, la fonte è luogo di osservazione, di incontro, di confronto fino allo scontro e ai litigi, di innamoramento, sempre di ristoro. La bellezza di una fonte che distribuisce acqua, sempre più acqua della sete del viandante che vi si accosta, è inenarrabile. Perciò non può essere privatizzata: al pari della cultura l’oro blu, come viene chiamata, non può avere padroni, da qui la nostra lotta contro ogni tentativo di accaparramento; non deve essere inquinata, perciò difendiamo l’integrità del territorio contro la criminalità politica anzitutto, che dà la stura poi alla microcriminalità fino a quella organizzata; va convogliata perché anziché disperdersi in mille rivoli, come certa sinistra sinistrata, sia risorsa fruibile da tutti fino a diventare getto che spazza via ogni tentativo di bloccarne la fuoriuscita. Se gli intellettuali, anziché cortigiani al soldo di chi mette loro qualcosa in bocca, tornassero ad essere come l’acqua avremmo ben altra società.

La stella polare che fa sì che il nostro timone non subisca il fascino dirottante delle sirene, visto che non siamo professionisti della penna ma artigiani innamorati che modellano ogni pezzo come unico, mai di serie, è uno slogan attinto da Aristotele: amicus Plato, sed magis amica veritas (amico di Platone, di cui era discepolo, ma ancora più amico della verità). La forza sovversiva di questo detto sta nel fatto che niente e nessuno, né affetto né minacce, tantomeno denaro o ricatto, possono impedirci di schierarci dalla parte della verità e delle cose giuste, anche se impopolari. Perciò non abbiamo né padroni né padrini e di conseguenza denaro per farci un maquillage tale da essere appetibili sul mercato delle apparenze.

Come periodico dei terremotati da sempre abbiamo documentato ritardi e burocratizzazione, imbrogli, sotterfugi e giochetti politici sulla ricostruzione perché è moralmente iniquo che persone abitino ancora fatiscenti casette, come nel villaggio di Bonefro, senza che qualcuno si porti questo macigno di ingiustizia sulla coscienza fino a sprofondare sottoterra per la vergogna. Abbiamo fatto del terremotato l’angolo di visuale per leggere la storia, dando voce a coloro che non gridano nel timore che nessuno stia ad ascoltarli, e perciò è di resistenza umana.

  Si è perso il senso delle parole e delle cose: l’invasione è diventato intervento umanitario, le guerre missioni di pace, la pace deve essere armata! Il virus, mai volutamente debellato ma anzi alimentato in tutti i modi, del berlusconismo ha infettato tutti e ci vorrà più di una generazione per estinguerlo, altrimenti non si starebbe a discutere dell’agibilità politica di un condannato che ha fregato, non pagando le tasse, tutti noi, né tantomeno si starebbe ad aspettare, ascoltare e commentare le idiozie farneticanti di un soggetto fallito proprio come persona, ma nelle cui mani si sono consegnati il parlamento, il governo e quello che è peggio il presidente della repubblica, rieletto proprio grazie a lui. Non ci stiamo. Siamo di parte e ci siamo seduti dalla parte del torto perché tutte le altre sedie erano occupate!

Le nostre pagine vogliono aiutare a guardare il mondo con occhi diversi: dalla parità tra maschio e femmina, ecco il senso in particolare degli articoli contro il femminicidio, all’essere una sola umanità dove la diversità di razza, cultura, religione è di integrazione non per escludere, di qui il nostro impegno accanto all’associazione primo marzo e alla cooperativa agricola che ne è sgorgata fino alla lotta perché il villaggio ormai vuoto di San Giuliano di Puglia diventi un’opportunità per noi, ospitando un numero contenuto di immigrati, e non diventi un lager dove ammassare persone umane, disconoscendo lotte e sacrifici che esse hanno sostenuto per approdare su quest’ultima spiaggia. È la cultura, e prima ancora una scuola diversa, che sola può cambiare il nostro modo di pensare e agire e perciò su ogni numero non manca questo spazio prezioso, decodificando anche parole straniere, fino a farci forse sembrare un po’ snob. Ma è solo così che si combattono le mafie di tutti i tipi e di tutte le provenienze. Lottiamo perché nessuno possa ritrovarsi scritto in fronte: vuoto a perdere. Tra noi non mancano quelli che, consapevoli che la fede è sovversiva, portano il loro contributo da credenti, finalmente legittimati anche da un papa che parla una lingua a loro familiare. L’ultima sfida, in ordine di tempo, è caldeggiare una nuova economia agricola per lo sviluppo agroalimentare, Clean Economy Molise, che ci aiuti a riscoprire anche la nostra vocazione originaria.

Abbiamo scelto il quaderno n. 99 per rifare il punto della situazione perché l’incompiutezza ci caratterizza, almeno finché non si realizzano tutte le attese sottese alle nostre lotte e poi perché, almeno un tempo, il n. 100 indicava i cessi☺

 

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