A che serve la scuola
4 Luglio 2015
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A che serve la scuola

La lettura estiva, sulla scuola, la consiglierei. Così, tanto per poter dire alla mia cara rubrichetta che non l’abbandono (nemmeno col pensiero) neanche adesso che è arrivata l’estate e i banchi resteranno vuoti per un po’. Mentre Renzi continua a far danni, stavolta rinuncio a parlare di lui e della “buona scuola”. Mi dedico alla “scuola” e basta. Attraverso l’occhio lucido, ironico, appassionato del giovane Andrea Bajani che, a mio parere, può lasciarci il messaggio più dolce e più convincente per questi due mesi di pausa, dopo la quale ritorneremo dai nostri ragazzi.

“La scuola italiana – scrive – è lo specchio di un paese di separati in casa: insegnanti da un lato, ragazzi dall’altro.” Anzi scrive di peggio: “La scuola non serve a niente”, come provocatoriamente ha intitolato il suo ultimo, garbatamente spietato, commovente saggio sullo stato della scuola italiana, ribaltando poi del tutto, alla fine, questa frase che, in libreria, mi ha attirata fra tutte, tra gli scaffali e i banconi.

Andrea Bajani, (i cui titoli mi hanno sempre incuriosita, da La vita non è in ordine alfabetico a Domani niente scuola), è un giovane autore, esperto di scuola e ragazzi per aver compiuto molteplici esperienze con gli adolescenti, ed essere stato protagonista e promotore di giornate e dibattiti nelle diverse realtà scolastiche italiane.

Nel breve saggio (poco più di cento pagine) intitolato, appunto, La scuola non serve a niente, Bajani esamina la situazione attuale della scuola italiana occupandosi quasi esclusivamente delle persone, i “separati in casa” cioè ragazzi e docenti.

Con i ragazzi, racconta, è solito fare un gioco: inventare parole bislacche che facciano pensare. E così sono apparsi Svivere, Monetica, Demolitica, Ludovita e soprattutto Rinuncianesimo, coniato da una quindicenne torinese per rispecchiare il vuoto del nostro sistema scolastico, “Se siamo sinceri lo sappiamo tutti, solo che qualcuno si vergogna a dirlo: la scuola non serve a niente.”

Ma siamo sicuri che la scuola debba servire? Pensiamo alla dispersione scolastica.
Un ragazzo di quindici anni che non vuole andare più a scuola è un fallimento per tutti. Dietro ci sono degli insegnanti, una famiglia e un paese che lo lasciano andare. La scuola di oggi racconta di un paese scollato, che non riesce a tenere insieme insegnanti in crisi di legittimazione e ragazzi asserragliati nelle ultime file. È il ritratto di un’Italia di solitudini raccolte dentro la stessa penisola. La scuola, invece, è nata perché quelle solitudini venissero ricucite con un alfabeto uguale per tutti. Perché la scuola nonserve a qualcosa, ma è necessaria per essere in grado di immaginare un paese migliore.

Sulla base di questa frase provocatoria, Bajani ci conduce all’idea che la scuola non debba servire. Altro è il suo compito: essere “una comunità di persone che cercano gli occhi di un maestro, e il cui stare insieme è il senso del loro andare a scuola“.

Siamo sicuri, ripeto, che la scuola debba servire? Bajani risponde così: “Per questo ho raccontato la storia di un terremoto vissuto a scuola da un’insegnante di italiano insicura del da farsi. C’era quella frase, dentro quella storia, quell’urlo “State tutti insieme!”, e c’erano gli occhi con cui i bambini la guardavano, stretti gli uni agli altri, mentre il mondo tutto intorno tremava”. Quell’urlo, quegli occhi, Bajani li ha sentiti come una risposta.

A cosa serve la scuola? A cosa serve un romanzo? A niente. A che cosa servono gli insegnanti? A niente. O al più: a spostare mobili, dice Bajani. Si entra a scuola ammobiliati in un modo, e giorno dopo giorno ci sarà qualcuno che cercherà di spostare la disposizione di quello che siamo. A questo serve la scuola: a cambiarci la disposizione delle stanze. Nient’altro. Ci servono insegnanti che non rinuncino a farlo. E ci serve uno Stato che a questi insegnanti riconosca questa responsabilità. Nient’altro. Solo a questo ci serve la scuola. Con la capacità di cambiare la disposizione di una stanza si fa tutto: si comincia a pensare che se il mondo è disposto in un modo, e quel modo non ci piace, si può anche cambiare. Fare uscire i ragazzi dalla scuola con la capacità di immaginare un mondo diverso da quello che hanno consegnato loro, e non solo essere bravi a inserirsi dentro caselle già disegnate: la scuola a questo dovrebbe servire, a non accettare il gioco, a fare domande scomode. È una scelta politica quella di imparare a immaginare. Immaginare, scegliere, inventare delle parole nuove per dare forma nuova al mondo – liberarlo, in qualche modo, dalle parole in cui l’hanno costretto. È una scelta politica, quella di imparare ad accettare che una scuola non serve a niente se non a questo. A spostare mobili, a cambiare la disposizione del mondo. Ad aver fiducia che, se ognuno di noi impara a spostare i suoi mobili grazie ad un maestro, il mondo comincia a cambiare e tutti insieme possiamo renderlo migliore.