A proposito del reddito di dignità
15 aprile 2018
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A proposito del reddito di dignità

Nel corso della campagna elettorale conclusasi con le votazioni dello scorso 4 marzo, nessun partito tradizionale, da dx al centro sx, si è fatto carico del dramma della povertà in Italia e dell’immiserimento di intere fasce sociali a causa della perdita del lavoro, dell’applicazione del Job act (che con sé ha sancito per legge il licenziamento anche illegittimo e la precarietà per vitam!), dell’inoccupazione giovanile. Dal 2015 l’unico raggruppamento sociale che ha palesato un costante interesse per il tema della povertà e del reddito di cittadinanza è stato il M5S. Ho usato il sintagma “costante interesse”, in quanto, appena dopo l’inizio della campagna di Miseria ladra ad opera del Gruppo Abele e di Libera contro le mafie, le forze politiche di centro, di dx e di sx moderata (fu Speranza, all’epoca capogruppo del Pd alla Camera dei deputati, a prendere parte ad una riunione di Libera e del Gruppo Abele, a Roma, sul tema della miseria e della povertà, per sparire poi quasi subito) si eclissarono, perdendo di vista il problema grave dell’immiserimento di milioni di italiani a fronte della politica neoliberista del governo nazionale, succubo della J.P. Morgan, della Goldman Sachs, della BCE, del Fmi, sigle non democratiche, che rappresentano solo gli interessi della finanza transnazionale e quella di una leadership europea che soggiace supinamente ma consciamente alle politiche neoliberiste, delle new new economy di Chicago, i cui esponenti più rappresentativi sono stati Friedman, Keith Joseph ed il loro maestro Friedrich Hayek.

La campagna Miseria ladra, promossa dal Gruppo Abele di Torino e da Libera contro le mafie, 100 giorni per un reddito di dignità, riuscì a raccogliere 100.000 firme in un tempo molto breve; ma dal 2015 solo il M5S ha ribadito il suo impegno politico a favore del reddito di cittadinanza. Allontanandosi, però, dal concetto di reddito di dignità, oggi lo intende e lo classifica come un reddito di cittadinanza da workfare, una specie di ammortizzatore sociale, al posto di un reddito sociale diffuso, di un reddito individuale; quindi, workfare come impegno della/del cittadina/o ad accettare un qualsiasi lavoro che le/gli venga proposto, a prescindere dalle proprie specifiche competenze e dalla sua preparazione professionale. Un lavoro qualsiasi in cambio dell’ammortizzatore sociale, che in questo modo diventa una catena di reale soggiogamento sociale e culturale. Viviamo in un paese diviso, in ricchi e poveri e dove, se si vuole uscire dai livelli di una diseguaglianza inaccettabile (ci sono, infatti, sotto la soglia della povertà almeno 5/6 milioni di cittadini), bisognerebbe offrire a quanti sono indigenti e senza lavoro una occupazione con un salario adeguato a vivere. Infatti, gli artt. 3,4 e 36 della nostra Costituzione garantiscono questi diritti. In questi ultimi anni, sono state promulgate, anche per colpe del centro sx, leggi che hanno infranto questa filosofia, rendendo precario il rapporto da lavoro dipendente. In verità, cresciuti all’interno di un progressivismo keynesiano che ha fatto da tampone risolutore rispetto alle avances della sinistra radicale e di ampi settori del sindacalismo di base, siamo stati sempre dell’opinione che il ruolo di promozione, di pianificazione, di direzione dello scontro cruento contro la vergogna delle diseguaglianze sociali spettasse ai governi nazionali. Contrastare la povertà e la miseria nelle quali cadono, soccombendo, larghe fasce della popolazione tocca alla Politica che, come un a priori kantiano, deve dare lei la soluzione a questa enorme contraddizione della società borghese e capitalistica, nella quale viviamo ed operiamo.

Di qui, c’è da dire che la contiguità armistiziale fra capitale e lavoro attraverso la supervisione dello stato capitalistico si è interrotta gradualmente a causa del sopraggiungere della crisi finanziaria ed economica degli anni 2007/8; di conseguenza, la globalizzazione, grazie anche alla complicità dello stato, ha dato inizio allo smantellamento sistematico del Welfare state e alla soppressione di quelle regole che lo stato si era dato per contrastare l’avidità del ceto capitalistico. A questo punto la finanza transnazionale, per mezzo della Morgan e della Goldman Sachs e delle altre agenzie di rating, si è messa a ricattare lo stato, riducendolo ad una supina obbedienza, come l’esperienza amara della Grecia ci ha insegnato con crudezza a vedere. Una parte del mondo intellettuale e civilmente avanzato si è ribellato, esprimendo tutto il proprio dissenso; ma lì sono rimaste confinate l’amarezza e l’impossibilità a trovare una dignitosa via d’uscita: “I falchi tedeschi volano armati sulle rovine di Atene/ e intanto si scioglie la bella stagione/ mentre chiedo alla dea di mostrare le perle/ liberare dal buio le forme/ rivelare l’ignoto./ Dammi una sola volta il centro/ che io non viva alle soglie/ in esilio/ che non mi si neghi la fuga/ mentre i falchi piombano armati/ sulle rovine delle nostre storie (…)” in Cinque finisterrae, Agosto 2015, Maria Concetta Barone).

Stiamo assistendo all’annientamento della democrazia partecipata così come ce l’hanno disegnata e lasciata quanti hanno fatto le lotte e la resistenza antifascista e antinazista. Il finanzcapitalismo sta ottenendo i suoi successi che hanno il volto della brutale eliminazione della partecipazione popolare ai destini della propria nazione; di qui, è scaturita la filosofia manichea del successo e del guadagno a tutti i costi, sopprimendo le tensioni ideali e civili nate dalla Resistenza e da una Costituzione che è il frutto dell’incontro fra culture e prospettive diverse, se non antagonistiche, come la visione liberale del mondo, quella cattolico/cristiana, quella social/comunista, quella radicale. Queste culture hanno lavorato insieme per costruire la nostra Costituzione. Ora la globalizzazione, supportata dalla definizione della società in chiave strettamente individualistica, sta facendo morire il pensiero critico, dando vita e vigore all’antipolitica, alle sofferenze dei meno abbienti, alla miseria economica e culturale, ad una nuova composizione della società completamente soggetta al diktat delle banche sopranazionali. Da questo amaro proscenio sociale e culturale è scaturito il divario profondo fra un Nord economicamente più intraprendente ed un Sud più proletarizzato…

Pertanto, la proposta di un reddito di dignità, che non sia un semplice ammortizzatore sociale come evince dalla proposta del M5S, torna di estrema attualità, anche alla luce delle previsioni che settori confindustriali fanno a proposito delle nuove tecnologie che saranno usate nella produzione dei beni per i prossimi anni. Questi ambienti, ma anche quelli accademici, prevedono che negli anni prossimi ci sarà la perdita di circa il 40% dei posti di lavoro dipendente, sostituito letteralmente dalle macchine e dai robot. Dunque, anche alla luce di queste catastrofiche (per il lavoro dipendente) previsioni, torna di estremo rilievo la questione del reddito di dignità, così come proposto dal Gruppo Abele e da Libera all’interno dei Numeri Pari. Di questo e dei 10 punti della piattaforma sulla povertà a cura dei Numeri Pari scriveremo sul prossimo numero de la fonte.☺

 

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