“a riveder le stelle”
22 Marzo 2021
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“a riveder le stelle”

Fra il 13 e il 14 settembre di settecento anni fa moriva a Ravenna Dante Alighieri. Aveva da poco terminato il Paradiso quando la morte lo colse di ritorno da un’ambasceria a Venezia per conto di Guido Novello da Polenta, signore della città di Ravenna, di cui era ospite.

Se il 2021, com’è noto, è stato eletto “anno dantesco” per questo anniversario, la giornata dantesca è stata invece fissata al 25 marzo, data in cui, nel 1300, cominciava il viaggio ultraterreno dell’Alighieri nell’aldilà. In questa stessa data è iniziato, lo scorso anno, anche il viaggio del Dantedì, la prima giornata nazionale in onore del grande poeta – che, dato il momento particolarmente difficile che stava attraversando l’Italia, si è rivelato un modo per unire ancora di più il “bel paese”. L’idea era nata il 18 giugno 2017 in un corsivo del giornalista e scrittore Paolo Di Stefano sul “Corriere della Sera”. Con il contributo del linguista Francesco Sabatini è stato poi coniato il termine “Dantedì”, che ha dato il nome alla Giornata istituita dal Governo su proposta del Ministero per i Beni e le attività culturali.

Per celebrare l’anno dantesco sono stati pubblicati diversi libri e sono state organizzate oltre trecento iniziative. Nella sola città di Firenze, patria di Dante, gli eventi sono più di cento, distribuiti lungo tutto l’arco del 2021: giornate di studi e convegni, ma anche progetti culturali di ampio respiro, come mostre, esposizioni, concerti, produzioni teatrali e cinematografiche, performance di teatro e danza, e una lettura integrale della Divina Commedia.

Fra le più singolari vi è senza dubbio l’iniziativa dell’Accademia della Crusca: per ciascuno dei 365 giorni dell’anno dantesco, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2021, sul sito Internet dell’Accademia appare una diversa parola o espressione di Dante con un breve commento, pensato per raggiungere il pubblico più ampio. Si tratta di termini, locuzioni, proverbi, latinismi, neologismi creati dall’autore della Divina Commedia che fanno ancora parte del nostro patrimonio linguistico. Oltre al “bel paese” (Inferno XXXIII 80) sopra ricordato, locuzione che in Dante indicava l’Italia, prima di diventare il nome di una nota marca di formaggi, valgano per tutti gli esempi di “bruti” (Inferno, XXVI 119: non uomini, ma quasi animali, privi della nobile spinta alla conoscenza che agisce nell’uomo, anche se non senza rischi, come insegna il canto di Ulisse), o di “cricchi” (Inferno XXXII 30: forse la più antica voce onomatopeica attestata nell’italiano scritto, con cui Dante rende il rumore dello scricchiolio del ghiaccio che sta per rompersi, riferendosi al Cocito, il fiume ghiacciato infernale). E, ancora, della forma proverbiale “color che son sospesi” (Inferno II 52), passata nell’italiano per rendere una condizione di incertezza e di attesa, o dell’ espressione “il ben de l’intelletto” (Inferno III 18), oggi usata per indicare la pienezza della razionalità umana.

La Divina Commedia non è infatti solo il primo dei testi capitali della letteratura italiana, “assunta”, secondo il celebre linguista Bruno Migliorini, “quasi a libro santo della nazione”, ma è anche l’opera su cui è fondata la nostra lingua. Dante è dunque il padre non solo della letteratura, ma anche della lingua italiana. Il 15% del lessico italiano di oggi è stato immesso nell’uso proprio dall’Alighieri.

Se dagli esempi sopra riportati può sembrare che espressioni e stilemi che suonano ancora come ‘freschi di giornata’ siano tratti soprattutto dall’Inferno, che è la più popolare delle tre cantiche, in realtà è tutta la Commedia ad aver inciso sui nostri modi di dire. Neologismi come “inurbarsi” o “squadernare” sono tratti rispettivamente dal Purgatorio (XXVI 69) e dal Paradiso (XXXIII 87), e mostrano come la tendenza di Dante a coniare termini nuovi si manifesti soprattutto nei composti e nei derivati. Non è un caso che la prima parola scelta dall’Accademia della Crusca per inaugurare l’anno dantesco sia “trasumanar” (Paradiso I 70), per indicare un’esperienza che va oltre l’ umano.

E quanto il lessico di Dante, oltre che straordinariamente leggibile, sia ancora attuale, nonostante i 700 anni che ci separano dalla sua morte, lo dimostrano interi versi e intere terzine che si presentano per noi come autentici frammenti di saggezza. Chi non ricorda per esempio la strofa tratta dal Purgatorio “Ahi serva Italia, di dolore ostello,/ nave sanza nocchiere in gran tempesta,/ non donna di provincie ma bordello!” (VI 75-77)? Se il duro giudizio contro quella logica del potere e del guadagno che si sarebbe espansa fino ai nostri giorni suona particolarmente attuale, il sommo poeta rivela una sensibilità vicina a quella moderna anche nel descrivere paesaggi, condizioni fisiche e stati d’animo. È il caso del finale della prima cantica: “E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV 139). Un verso che ha ispirato il titolo sia della mostra virtuale, ospitata dalla Galleria degli Uffizi, con gli 88 disegni della Divina Commedia realizzati nel Cinquecento da Federico Zuccari, sia del libro di Aldo Cazzullo sul contributo dato da Dante alla nascita della nostra identità nazionale. Un verso, inoltre, che, nel concludere il racconto dello sforzo di Dante e Virgilio per uscire dal regno infernale attraverso la “natural burella”, un cunicolo che porta ai piedi della montagna del Purgatorio, ha finito per esaltare la capacità umana di rinascere dopo le sventure, le guerre e le epidemie, fino “a riveder le stelle”. Quale migliore augurio per questo anno dantesco?☺

 

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