affamati di vita  di Luciana Zingaro
30 Ottobre 2011
0 comments
Share

affamati di vita di Luciana Zingaro

 

Ci sono libri che vorrei non lasciare mai, eppure li divoro: mi trovo all’ultima pagina senza essermene accorta, improvvisamente sola e insieme tanto più ricca di pensieri e di affetti.

Viaggio di ritorno da Trieste, città amatissima di una vacanza breve che mi ha regalato tra l’altro una sosta in una libreria del centro, una chiacchierata con un libraio d.o.c e tre libri-souvenir, perché dai viaggi mi piace portare indietro anche le esperienze della fantasia racchiuse nei libri: subito annoto luogo e data in alto a destra sulla seconda di copertina, di modo che, se una volta o l’altra mi capita di sfogliarli di nuovo, ricordo la vacanza e il contenuto del libro, e di viaggi insomma ne rifaccio due, e due volte la nostalgia, con la languida serenità che la accompagna.

Appena sul treno prendo in mano il primo libro, Francesco Abate l’autore, Chiedo scusa il titolo.

È quel titolo curioso ad attrarmi innanzitutto e a determinare la scelta: chiedo scusa è un intercalare per me familiare, è babbo un po’, è soprattutto il nonno paterno, uomo mite e garbato, che esordiva sempre con quel chiedo scusa, pur nel mezzo del vociare assordante e irruente di figli e affiliati di sorta. Mi affascina poi la copertina, così fresca, che riproduce la foto di un bimbo (o una bimba) mentre annaspa sorridente a fior d’acqua in una piscina – sembrerebbe -, il dorso avvinghiato dalla presa sicura di un adulto, una mamma o chissà: mi tuffo anche io e riemergo a Termoli, stranita ferita e felice. 

Ispirato ad un fatto vero, come dichiara la laconica prefazione al romanzo avvertendo il lettore che la finzione è presente nel libro per rendere il racconto un po’ più accettabile, dato che la realtà aveva superato i limiti della credibilità, Chiedo scusa è la storia di Valter, quarantenne cronista di nera in un giornale di provincia la cui esistenza è messa alle strette da una forma di epatite C che, sebbene già parte del curriculum clinico di Valter e in certa misura prevedibile sulla base dell’anamnesi delle patologie di famiglia, si rivela repentinamente irreversibile. Unica alternativa ad una morte certa, un trapianto d’organo. Bene. Allora facciamo ‘sto trapianto risponde di getto Valter alla dottoressa che gli prospetta questa possibilità; lui stesso sbalordito da tanta sicurezza, poi riflette tra sé: Ormai l’avevo detto. E non so perché, così, senza un solo pensiero. Come un impeto del corpo.

Un impeto del corpo che si trasforma in ragionata volontà di resistenza, in consapevole determinazione alla resurrezione del corpo come dell’animo: lungo il cammino impervio compreso tra la diagnosi della malattia ed il trapianto, nonché nella delicatissima fase post-operatoria, Valter avanza a testa alta, non cede allo stress fisico e al dolore, talora acutissimo, non soccombe al turbamento e alle paure che pure lo visitano, affronta con fermezza la lotta col sé e con la propria identità che è tra i momenti più ardui della storia di ogni candidato al trapianto – e poi sempre di ogni trapiantato -, che deve morire un po’ per come era prima e vivere di seguito della morte di un altro uomo. Ed è una verità questa della vita che nasce dalla morte che Valter offre al lettore nel suo stile solito, asciutto, poco solenne: La mia vita non sarebbe andata avanti per merito di una miracolosa cura medica, ma solo grazie ad un  sacrificio. Umano.

È stato il mio migliore amico Valter nelle dieci ore di treno e ha guidato i miei sentimenti e le mie meditazioni: quando impietoso si è fermato ad indagare il suo passato, per troppo tempo negletto; quando ha scolpito un monumento macroscopico del padre defunto, cui non aveva perdonato di essergli tanto simile e di essersi lasciato cogliere cinicamente rassegnato davanti alla malattia che ora colpisce anche lui; quando, conducendo un’analisi lucida del triangolo sé-la malattia-gli altri, ha stigmatizzato la sua stessa presunzione del dolore, che lo ha fatto a volte ridere del dolore degli altri, aggiungendo però con una presa di coscienza sempre lontana dall’auto-giustificazione: questo è stato il modo di preservarmi e di accettare la mia diversità. Dovevo renderla mia quanto più tentava di emarginarmi; mi è stato amico Valter mentre percorreva nella memoria la sua fuga davanti all’amore, la fuga di chi, causa la malattia o cos’altro, vive nel timore di non bastare e rinuncia a priori, e il rimpianto in seguito sarà duraturo, quanto l’amore: Ho sempre benedetto i colpi di fulmine. Quelli in cui ti infiammi per qualcosa che non conosci, il fuoco si abbassa una volta presa coscienza di chi hai davanti. Gli amori che crescono nel tempo invece…Quelli fanno male. Perché sono veri e se non hai coraggio o la prontezza di sbatterci addosso li perdi per sempre. O meglio durano per sempre.

Chiedo scusa non racconta la malattia come usa ultimamente, vissuta dalla parte di un équipe di medici a metà tra il taumaturgo e il manager, fascinosi oltre che sapienti, naturalmente sani come pesci; Chiedo scusa è contaminato di normalità e Valter potrebbe essere chiunque di noi, un uomo tra tanti costretto un giorno o l’altro a scoprire, meglio a riscoprire, la bellezza di vivere, nonostante tutto. Per questo mi è piaciuto questo romanzo del dolore e della speranza, autentico, antiretorico, sortilegio di sintesi tra il commovente e l’umoristico, perché Valter non scivola mai nel vittimismo, anzi si fa scudo di quell’ironia ora amara ora buffona che è esclusiva di chi vive sulla propria pelle la sferzata degli scherzi inesorabili della Natura.

Ho sorriso più volte leggendo il romanzo e pianto anche, commossa intimamente. Come quando, già in attesa del trapianto e già tanto provato, Valter si rivolge alla sorella Anna – due figli affetti dalla stessa terribile malattia rara, la miopatia mitocondriale, che già le ha sottratto il piccolo Gabriele – e accorato le chiede scusa; Anna, stordita dalle parole del fratello, così fuor di luogo – è Natale, festa di famiglia, luci e pacchetti – cerca spiegazioni, ma Valter non riesce a rispondere; pure dentro di sé sa bene cosa dovrebbe dire: Perché prima o poi qualcuno doveva iniziare a chiederti scusa. Perché la natura è crudele, perché si accanisce sempre con gli stessi e perché prima che le scuse ti arrivino dal Cielo bisogna che almeno in terra qualcuno inizi a chiederti perdono.

Chiedo scusa è la frase che Valter ripeterà nel delirio anestetico del risveglio, quasi una salmodia, perché, se soffri tanto, riesci ad attraversare anche il dolore degli altri e a rispettarlo, e il dono della vita, sollecitato dalla visione ripetuta e incombente della morte, moltiplica la gratitudine, la rende perenne.

Pochi giorni fa è morto Steve Jobs, fondatore della Apple, una vita breve quanto intensa; tra i vari tributi d’omaggio, la trasmissione in tv del discorso tenuto dallo stesso Jobs ai laureandi dell’Università di Stanford, un discorso lungo e bellissimo, il cui senso profondo resta inciso nel motto finale rivolto ai giovani che gli erano di fronte: Stay Hungry. Stay Foolish.

Pazzi di coraggio, affamati di vita, proprio come Valter.

A presto. ☺

LucianaZingaro@libero.it

 

eoc

eoc