Ai perbenisti della religione
16 Giugno 2021
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Ai perbenisti della religione

Tra le tante parabole di Gesù ce n’è una che mi sembra possa dire qualcosa al nostro modo di essere chiesa oggi. È quella degli invitati al banchetto. Il racconto originale è probabilmente quello narrato da Luca (14,16-24), dove si tratta solo di una grande cena, mentre in Matteo (22,1-14) si tratta di un pranzo di nozze, motivo per cui alla fine c’è anche un’appendice riguardante un uomo che non indossa l’abito nuziale. La sintesi della parabola è questa: il padrone manda gli inviti al pranzo ma gli invitati, con diverse scuse, rifiutano di andare. Il padrone, irritato, dice al servo di uscire nelle piazze e di invitare poveri, storpi, ciechi e zoppi. Ma c’è ancora posto per cui dice: “Esci per le strade e lungo le siepi e spingili ad entrare perché la mia casa si riempia. Di quelli che erano stati invitati nessuno assaggerà la mia cena”.

Se vediamo il contesto culturale in cui Gesù racconta la parabola, ci si rende conto che la sua è una vera provocazione, in quanto dice in faccia ai perbenisti della religione che lui si rivolge agli esclusi dal tempio e dal culto oltre che ai poveri, considerati, dai ben pasciuti della società, non benedetti da Dio. Se questo non bastasse, poco prima della parabola, dicendo che coloro che lo hanno ascoltato saranno rinnegati alla fine dei tempi, aggiunge: “verranno da oriente e da occidente e sederanno a mensa nel regno di Dio” (Lc 13,29). È evidente che parla dei pagani, la categoria dei “maledetti” per eccellenza, secondo lo schema religioso farisaico. In Luca, inoltre, c’è una carrellata di personaggi malvisti e disprezzati che invece risultano essere i favoriti da Gesù e, di conseguenza, dal Dio che lui annuncia: una prostituta (7,36-50), un samaritano (10,29-37), un pubblicano contrapposto a un fariseo narcisista (18,9-14), il capo dei pubblicani di Gerico (19,1-10), un malfattore condannato a morte (23,39-43). La domanda è: se Luca dovesse scrivere oggi il vangelo o, ancora meglio, se Gesù oggi dovesse predicare, a quali categorie penserebbe in un mondo religioso in cui ci si appella continuamente alla tradizione e alla natura da difendere e rispettare per suscitare lo stesso effetto sorpresa? Ho il sospetto che prenderebbero entrambi come esempio persone appartenenti al mondo LGBT (lesbiche, gay, bisex, transessuali) oppure alle famiglie cosiddette “irregolari” (oltre che, ovviamente, agli stranieri), in quanto, alle orecchie degli esponenti della religione del tempo di Gesù (e di Luca), gli esempi descritti nel vangelo suscitavano la stessa reazione che oggi suscitano nelle “persone religiose” le categorie suddette.

Se poi parliamo di ciò che dovrebbe essere “secondo natura”, abbiamo un ottimo esempio di ciò che dice Paolo a proposito della condizione “naturale” dei giudei di fronte al vangelo: “Noi che per natura (fysei) siamo giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Gesù Cristo per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; poiché dalle opere della legge non verrà mai giustificato nessuno” (Gal 2,15-16); Paolo dichiara, in poche parole, che chi, come lui, è giudeo deve andare contro la sua “natura”. La questione non sta tanto e solo nel valutare, ancora una volta, chi è dentro e chi è fuori dal potere vivere una relazione con Dio in base a dei criteri precostituiti, ma sta nella relazione che noi cattolici di oggi vogliamo avere con la Parola di Dio, alla luce dello sviluppo attuale degli strumenti per interpretarla.

Non possiamo far finta che dalla metà del XX secolo in poi non si sia deciso di leggere i testi biblici collocandoli nel loro contesto storico originario, indagando sul pensiero autentico degli autori e cercando di avvicinarci allo spirito dell’insegnamento di Gesù e del suo stile anticonformista. Alla luce degli studi odierni dei testi biblici emerge sempre di più con chiarezza la scelta da parte di Gesù e dei suoi discepoli di andare contro il sistema religioso in cui vivevano per testimoniare la novità del vangelo, che è rivolto non ai perfetti, che si ritenevano gli unici ad aver diritto alle benedizioni di Dio, ma a chi vive tutte le contraddizioni dell’esistenza umana e sono proprio questi ultimi ad essere i destinatari privilegiati del vangelo. Se la chiesa si dichiara in religioso ascolto della Parola (lo dice il Concilio) non può ignorare che tale Parola oggi è compresa in modo più approfondito rispetto alle generazioni precedenti, per cui essere obbedienti alla Parola di Gesù significa anche fare nostre le sue scelte dirompenti ed accogliere proprio quelle persone che si continua a rifiutare, convinti di onorare Dio allo stesso modo in cui lo erano quei farisei che guardavano dall’alto in basso i reietti e Gesù che li accoglieva. Se ci ostiniamo a difendere certe posizioni in nome della tradizione non saremo tanto diversi da quei bravi farisei a cui Gesù rinfacciava di essere ipocriti perché imponevano pesanti fardelli sulle spalle delle persone ma loro non li toccavano neppure con un dito (Mt 23,4).☺

 

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