Al di là del tevere
29 Aprile 2017
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Al di là del tevere

Lettera aperta a quanti cercano un compagno di viaggio
Al di qua del Tevere assistiamo, sempre più allibiti, alle quotidiane lotte di strapotere e arroganza che osano chiamare impunemente esercizi di democrazia. L’Italia precipita e il pd gioca a tressette col morto; in Europa il vento sfascista e xenofobo riporta le nere nubi di un passato mai definitivamente passato, quando le persone valevano meno del due di briscola; negli Stati Uniti il presidente vende fumo, e ne deve fare ampiamente uso; non si spiegano diversamente le imbecillità che inanella con la meticolosità dei costruttori di rosari, pensando di giocare ad asso pigliatutto.
Al di là del Tevere l’ultima monarchia assoluta sta rimanendo una delle poche voci credibili tra coloro che contano. Papa Francesco con le tre lettere sulla gioia del vangelo (Evangelii Gaudium), sulla cura del creato (Laudato si’) e sull’amore nella famiglia (Amoris Laetitia), per non citare i tanti discorsi, in questi quattro anni di pontificato, sta cercando di far saltare il banco, avendo compreso bene che il mazzo di carte è truccato e perciò, per quanto si mischiano, escono sempre gli stessi figuri!
Vorrei che non ci si fermasse all’umana simpatia o antipatia, ma che venisse colto il progetto rivoluzionario di Francesco che lavora per una chiesa fedele al vangelo e immersa nella storia. La chiesa cattolica prova a cambiare musica, dopo secoli di paure e immobilismo. In realtà niente di nuovo, perché il Concilio Vaticano II, evento epocale, ancora purtroppo in gran parte inattuato, aveva fornito un nuovo spartito che finora ci si era guardati bene dall’eseguire. Si sono confusi gli arrangiamenti con la melodia: le lingue nazionali al posto del latino, l’altare girato verso il popolo, vescovi riuniti in conferenze episcopali senza assumersi responsabilità decisionali, ecc. Aver messo “vino nuovo in otri vecchi”, come dice il vangelo, sta portando non pochi vescovi e cardinali in stato confusionale, mentre il laicato – quello che finora aveva solo tre compiti da eseguire in chiesa: sedersi quando il prete predicava, inginocchiarsi quando pregava e mettere mano al portafoglio quando passava col cestino per le offerte – inebriato, finalmente torna a danzare la vita.
Un principio base della teologia è che la chiesa è sempre riformabile, perciò bisogna superare definitivamente la concezione di chiesa come società perfetta e dunque la riforma diviene un’istanza imprescindibile per l’agire di tutte le componenti ecclesiali. La maggiore resistenza viene dal clero, soggetto centrale del concilio di Trento, perché ha il potere del cambiamento, ma non ne ha il sogno (Serena Noceti). Solo una buona formazione biblico-teologica potrà restituire agli adulti cristiani parola e competenze adeguate per il rinnovamento della chiesa. Solo loro possono essere una forza dirompente, perciò il papa si rivolge direttamente a loro, bypassando il clero spesso restio ad ogni tipo di riforma. Ma i cinquecento anni della riforma di Lutero (31 ottobre 1517) non sono passati invano. L’ecumenismo vissuto e caldeggiato dal papa è il banco di prova per sperimentare l’amore misericordioso di Dio (tema portante di questo papato) e ridare freschezza alle chiese che dal confronto hanno tutto da guadagnare.
Con la curia romana, simbolo del servizio divenuto potere, che tenta di farlo prigioniero – come è accaduto con gli ultimi papi -, Francesco ha parole inusuali. Sa che lavorano per disinnescare e rendere inefficace tutto il suo impegno per una chiesa povera e per i poveri e allora negli auguri natalizi di prassi, al posto del panettone, nel 2014 ha elencato le 15 malattie della curia, nel 2015 un catalogo di virtù per andare oltre gli scandali, nel natale scorso ha portato allo scoperto le resistenze di tre tipi alla sua riforma: aperte, nascoste e malevoli. Un prossimo passo importante dovrebbe essere la rinuncia a capo dello Stato Vaticano, liberando finalmente il pontificato da una palla al piede, un bel segnale di discontinuità e non connivenza con un apparato che rema contro ogni rinnovamento. L’accoglienza è una delle parole chiavi che diventano vita vissuta – abita con gli altri a Santa Marta e apre il Vaticano a rifugiati e richiedenti asilo. A Lampedusa chiede di vergognarci per i tanti migranti morti in mare perché non facciamo abbastanza: “Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma quando avviene questa bancarotta dell’umanità non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto?”. Costante è la denuncia di una economia che uccide e perciò istituisce la giornata mondiale dei poveri.
Un capitolo tutto da scrivere è sul ruolo della donna nella chiesa. Il primo obiettivo non è l’ordinazione della donna prete, che in questa struttura agirebbe come un maschio mancato, quanto abbattere il maschilismo e il patriarcalesimo ancora imperanti. Solo in una chiesa se non matriarcale almeno non più costruita sulla figura maschile il ministero femminile avrebbe pieno senso. Ripartire da Maria Maddalena, prima testimone del Risorto, una donna, che per un voluto falso storico, è diventata sinonimo di prostituta poi redenta. Il “non mi trattenere”, dettole dal Cristo, era stato tradotto “non mi toccare”, immortalato nel noli me tangere da pittori come Giotto e Botticelli, con un Cristo quasi schifato che tiene a distanza la Maddalena. Se questa ricorrenza il papa l’ha elevata a festa, come quella degli apostoli, qualche insegnamento dovremmo pur trarne.
Di fronte alla miopia di una classe politica nazionale e internazionale, le sue parole e i suoi gesti risuonano sferzanti. Cristiani e diversamente credenti, che vogliono mettersi in cammino su sentieri che umanizzano, un compagno di strada ce l’hanno.

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