Alda Merini: una provocazione
5 Novembre 2019
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Alda Merini: una provocazione

Dieci anni fa, nella sua Milano, moriva Alda Merini, una delle più discusse protagoniste della poesia italiana dell’ultimo secolo. Era il primo novembre 2009, festa di tutti i santi. Una data non certo casuale per un personaggio del suo calibro, che con la sua vita prima, e coi suoi versi poi – gli uni dell’ altra ermeneutica feconda, l’una degli altri specchio verace! – ha attraversato e finanche abitato quegli ossimori eloquenti propri della tensione alla santità: ossia, quegli estremi polari e polarizzanti fatti di vette e di abissi, di luce e di buio, di grazia e di peccato che tracciano imperterriti la vita – senza censura – di tutti i santi. Che poi, a ben vedere, altro non sono che le cifre ricorrenti nella vita di ogni uomo e di ogni donna divenuti pienamente tali: quei fili ingarbugliati, cioè, di cui è intessuta l’esistenza di chi non ha paura di esporsi alle contraddizioni e ai limiti che lo attraversano, se non per superarli, almeno per abitarli con dignità.

E ancora: cielo e terra, anima e corpo, spirito e carne, agape ed eros, sacro e profano…, in un dualismo ormai classificabile sulla carta soltanto come platonico dopo che, da oltre 2000 anni, il miracolo dell’ incarnazione del Verbo ha una volta per tutte superato ogni confusione e separazione di sorta, “abbattendo il muro che era frammezzo”; ma che di fatto, nella vita reale, ancora sussiste – finanche tra i cristiani – ingenerando scandalo.

La Merini – la cui vita, sotto diversi aspetti, è tutta segnata proprio dal paradigma dello scandalo – di tutto ciò era talmente cosciente, tanto da riuscire a rendere in poche pennellate, appena quattro versi questo mistero dell’incarnazione che riconcilia il cielo con la terra e ogni altro dualismo che, conseguentemente, questa primigenia separazione porta con sé:

“Se tutto un infinito

ha potuto raccogliersi in un Corpo

come da un corpo

disprigionare non si può l’Immenso?”

Quattro versi che condensano tutta la dottrina dell’incarnazione del Verbo, da un lato, e della divinizzazione dell’uomo, dall’altro. Quattro versi che, anche per la loro forma concisa e quasi lapidaria, richiamano alla mente la sapienza patristica e che, fatte le debite proporzioni, possono a buon diritto essere ritenuti declinazione odierna, originale e feconda, ad esempio del noto adagio di Tertulliano: caro cardo salutis; o dell’altrettanto famosa motivazione che Ireneo adduce all’incarnazione del Verbo: “Dio s’è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio”.

Fin da queste premesse, quella della Merini si staglia quindi sulla scena come una poesia che, più che “religiosa” – aggettivo che, se attribuito alla letteratura, la critica troppo spesso ha unilateralmente tradotto con “devozionale” e “confessionale” nel senso più spregevole del termine e, di conseguenza, di scarso valore letterario – può essere a ben vedere definita piuttosto “teologica”. O per lo meno di stimolo e di provocazione al linguaggio teologico.

La possibilità di dire Dio anche dentro le contraddizioni e gli ossimori più stringenti dell’esistenza; il tentativo coraggioso di dare voce dignitosa ed ospitale anche alle espressioni più liminari dell’umano: zone di confine che il Verbo ha già abitato e che la teologia – Sua eco fedele – non può esimersi di frequentare, affinché quel Verbo non resti disarticolato. Lo sforzo, cioè, di “disprigionare l’Immenso”, spesso implicato nelle pieghe e nelle piaghe della vita, per renderlo accessibile e dicibile all’uomo, ad ogni uomo: questa è, a mio avviso, la provocazione che la poesia di Alda Merini può offrire alla teologia, perché continui ad essere fidata ed affidabile compagna di quell’uomo che spesso ancora oggi giace ferito e mezzo morto ai margini della strada.

Percorrere la biografia e la produzione poetica di questa donna – non solo fisicamente – “debordante”, significa perciò incorrere necessariamente nel linguaggio della provocazione e dello scandalo, per ritrovarvi – quasi in sottofondo – il modulo di quei tanti gridi della storia, a partire dal grido assordante del Golgota, nel quale umano e divino si sono definitivamente e drammaticamente re-incontrati. Nei versi della Merini tutte queste grida di dolore non restano afone o spezzate in gola, ma trovano voce ed ospitalità. Tanto che in molti si possono sentire rappresentati dai suoi versi, e non solo chi come lei ha vissuto in prima persona il dramma del manicomio, della follia e dell’emarginazione.

Di questo destino a unire in sé gli estremi, fino ad abbracciare e a far dialogare via via nei suoi versi tanto la sapienza classica quanto quella cristiana, la poetessa pare investita fin dal giorno della sua nascita, come lei stessa riconosce:

“Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle

potesse scatenar tempesta.

 

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,

sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

 

Forse è la sua preghiera”.

Proprio a partire da questi celebri versi che descrivono poeticamente il giorno di nascita della Merini nella primavera del 1931, ho provato a immaginare la poetessa descriverci a mo’ di inclusione il giorno, altrettanto fatidico, della sua morte, avvenuta – per l’appunto – dieci anni fa nella festa di tutti i santi: molti di essi sono stati suoi privilegiati compagni di strada e li ritroviamo nelle sue poesie: Maddalena, Maria Egiziaca, Francesco, Chiara, Luigi, Teresina… ma per tutti vale quella definizione che, ancora una volta provocatoriamente, lei stessa di essi ci dà:

“Quando gli amanti gemono

sono i signori della terra

e sono vicini a Dio

come i santi più ebbri”.

Il mio vuole essere un omaggio – spero non irrispettoso – e, soprattutto, un invito alla lettura di colei che in questi anni coi suoi versi mi ha aiutato a percorrere, graziosamente e mai banalmente, alcuni dei versanti più impegnativi della vita con le sue esperienze anticipatrici di morte e di rinascita.

“Sono morta il primo a tutti i santi

perché sapevo che morire quel giorno

con tutti quanti intorno

poteva scatenare salvezza.

 

Così Maddalena redenta

china sovra il suo Sposo

ancora oggi spande aromi

di olio profumato.

 

Certo è la sua poesia”. ☺

 

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