Alla ricerca di chi è perduto
12 Gennaio 2020
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Alla ricerca di chi è perduto

«Lo Spirito del Signore… mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19).

Il vangelo secondo Luca rappresenta il primo volume di un’opera che si apre con l’ingresso del Salvatore nella storia, all’interno di un popolo ben preciso, quello ebraico, per inaugurare “l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,19). Essa prosegue poi nel secondo volume, gli Atti degli apostoli, per raccontare il viaggio del Vangelo nel mondo intero attraverso la predicazione degli Apostoli, più precisamente di Pietro e di Paolo.

L’evangelista Luca, definito da Paolo “il caro medico” (Col 4,14) e da Dante scriba mansuetudinis Christi, cerca di tratteggiare il volto misericordioso di Dio, registrando l’intento principale della missione di Gesù: cercare e salvare ciò che è perduto (cf. Lc 19,10). Si avverte dunque l’attenzione di Gesù verso le categorie più deboli ed emarginate: la venuta del Salvatore è preparata dalle donne, il primo omaggio gli è reso dai pastori, l’accoglienza al tempio gli viene rivolto da due anziani, Simeone e Anna, la sua innocenza è proclamata da un condannato a morte. L’interesse per i perduti appare in tanti contesti, specie nella grande parabola di Lc 15, uno dei brani più noti di Luca e in generale della Scrittura, dove si comprende che smarriti non sono solo i peccatori, cioè coloro che nella vita hanno commesso delle trasgressioni, ma anche i presunti giusti, che non si sono macchiati di gravi colpe ma non hanno fatto una reale esperienza dell’incontro con il Padre e non hanno maturato una relazione filiale con lui.

La passione per i perduti equivale in Gesù alla passione per tutti gli uomini e tutte le donne che, presi dal vortice della vita o costretti ad affrontare diversi problemi e fatiche, smarriscono la meta, cercano soluzioni facili, vivono come se fossero orfani. Questa passione punta a prenderli per mano per condurli dinanzi a un volto luminoso che rischiara le tenebre interiori e si fa conoscere agli smarriti mediante l’attesa del loro ritorno, un perdono senza limiti, una fiducia incondizionata, la festa e il tripudio della gioia.

Luca racconta l’inizio del ministero di Gesù ponendolo sotto il segno del fallimento. Gesù parte dalla sua città, Nazaret, per annunciare l’avvento di un tempo nuovo, l’anno di grazia del Signore, che corrisponde all’anno giubilare (cf. Lv 25,8-54), segnato dalla remissione dei debiti e dalla liberazione degli schiavi, ma dopo aver annunciato che quest’azione tocca anche i pagani, viene cacciato dai suoi stessi concittadini.

Il Creditore celeste ha scelto di fare grazia, offrendo il condono ai suoi debitori. Il Figlio ne porta l’annuncio e inaugura questo tempo di grazia con azioni di guarigione, consolazione e liberazione. È il tempo in cui ognuno è sollevato dalle sue prostrazioni, è il tempo della fioritura della dignità umana. I concittadini di Gesù però, più che interessati alla comunicazione della grazia divina, sono attratti dai benefici che possono giungere a loro tramite il loro autorevole concittadino. Il “figlio di Giuseppe”, che ha beneficato molti a Cafarnao, può beneficare ancor di più la sua patria. Ma Gesù non permette che i concittadini lo imbriglino in una rete di rapporti asfittici tesi a ottenere interessi. Egli annuncia un’irradiazione della grazia che non tocca solo il popolo dell’alleanza, ma anche gli stranieri, destinatari anch’essi dell’intervento salvifico di Dio. La menzione della missione di Elia presso la vedova di Sarepta e di Eliseo presso Naaman il Siro mostra la dilatazione della volontà salvifica divina.

L’ingresso del Figlio di Dio nella storia dilata i confini della salvezza, toccando tutti e chiedendo ai primi beneficiari dell’alleanza di condividere i frutti con gli altri, avviando percorsi di solidarietà, condivisione e prossimità e aprendosi a relazioni nuove segnate dalla tenerezza, la fragranza celeste che Cristo ha sprigionato sulla terra.

Spesso ci si avvicina alla fede per ottenere benefici o per una falsa idea di distinguersi dagli altri mostrandosi migliori. La fede però non è un’assicurazione sulla vita, è un cammino alla ricerca di un volto, una crescita in una relazione profonda con Dio che è autentica solo se spinge a volgersi immediatamente al prossimo o, meglio ancora, a farsi prossimo.   

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