All’inizio: il nulla o l’eterno?
12 Gennaio 2020
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All’inizio: il nulla o l’eterno?

“Tra un fiore colto e l’altro donato / l’inesprimibile nulla”. Questi due versi, segnati indiscutibilmente da un tragico nichilismo, li troviamo all’inizio dell’opera omnia di Giuseppe Ungaretti (1888-1970), poeta italiano senza dubbio tra i massimi che il Novecento abbia conosciuto, anche ben oltre i confini nazionali, come dimostra la sua biografia dai numerosi accenti internazionali.

Senza andare necessariamente a scomodare le regole della retorica classica, è abbastanza risaputo – tanto da risultare evidente anche al lettore meno attrezzato di critica letteraria – che di norma l’incipit e la conclusione di un’opera letteraria sono oggetto di attenzione tutta particolare da parte degli autori: nell’inizio e nella fine, infatti, è spesso possibile riconoscere il biglietto da visita e la firma dell’autore stesso. Essi richiedono pertanto da parte di chi scrive una serie di scelte oculate ed esigenti – tanto sul versante stilistico quanto su quello contenutistico – mai lasciate al caso.

Ebbene, all’inizio dell’intera raccolta delle poesie di Ungaretti, cui il poeta ha messo e rimesso mano lungo l’intero arco della sua esistenza, da artigiano paziente e minuzioso della parola qual era, troviamo questi due versi lapidari quasi come un’epigrafe, un portale di ingresso alla sua poetica. Ma non solo: a ben vedere, essi fungono da introduzione feconda anche alla sua stessa vicenda biografica. Non a caso, infatti, egli titola la sua opera icasticamente Vita d’un uomo: “Tutte le mie poesie – ci avverte – hanno fondamento in uno stato psicologico strettamente dipendente dalla mia biografia: non conosco sognare poetico che non sia fondato sulla mia esperienza diretta”. E ancora, soffermandosi sulla relazione tra immaginazione e realtà che caratterizza di norma l’andamento poetico, ci tiene a precisare: “In tutta la mia poesia, vi è una fantasticheria che va a cercare i suoi elementi nella vita stessa, ha sempre un carattere autobiografico”.

Il nulla che si staglia così chiaramente in questi due versi, quindi, va considerato come l’incipit non solo della poesia ma anche della vicenda biografica di Ungaretti. È ancora una volta il poeta stesso, in quell’ instancabile operazione di commento e riscrittura con cui ha accompagnato per tutta la vita la stesura ultima della sua opera, a fornirci l’ interpretazione diretta di cosa si celi dietro questo concetto inaugurale e centrale del “nulla”: “È un’ossessione che torna, come il lettore vedrà, spesso nel mio canto. È nel significato di quel nonnulla che sembra apparisca la prima presa di coscienza dell’essere stesso che io sono. Ecco, sono nato ad Alessandria d’Egitto, cioè in una città che non fa più parte dell’oasi costituita dal Nilo. Alessandria è nel deserto, in un deserto dove la vita è forse intensissima dai tempi della sua fondazione, ma dove la vita non lascia alcun segno di permanenza nel tempo. Alessandria è una città senza un monumento, o meglio senza quasi un monumento che ricordi il suo antico passato. Muta incessantemente. Il tempo la porta sempre via, in ogni tempo. È una città dove il sentimento del tempo, del tempo distruttore è presente all’immaginazione prima di tutto e soprattutto. E dicendo nulla, in particolare ho pensato, difatti, a quel lavorio di costante annientamento che il tempo vi produce”.

Stando alle parole del poeta, quindi, è soprattutto lo scorrere del tempo che nullifica la realtà: è lo scorrere stesso della vita, in fin dei conti, ad annullarla. Ma se restiamo ancorati, anche filologicamente, al testo di questa brevissima poesia inaugurale dell’opera e della biografia di Ungaretti, non possiamo non considerare anche l’altra faccia della medaglia che il poeta stesso disegna, apponendo a questa lirica il titolo, tutt’altro che scontato, di Eterno. Tanto che viene da chiedersi: ma all’inizio della biografia e della poesia ungarettiane c’è il nulla o c’è l’eterno? O, forse, c’è il nulla come varco d’ingresso privilegiato all’ eterno?

È, in un certo qual modo, il senso di mistero della vita stessa che qui emerge. Ancora una volta, per non divagare nel campo delle interpretazioni soggettive, lasciamo che sia Ungaretti a commentare se stesso: quale ermeneuta migliore? Rispetto a questo mistero, ci confida: “Noi sappiamo benissimo che, se per l’uomo tutto poggia sempre su un dato oscuro, nessuno sarà mai in grado di risolversi umanamente in tale dato senza confondersi perdersi e annullarsi; e anche sappiamo, non meno bene, che non ci saranno mai luci umane – né proustiane, né freudiane – capaci di renderci misurabile tale dato, da rendercelo tale da vederci finalmente chiaro. Il mistero c’è, è in noi. Basta non dimenticarcene. Il mistero c’è, e col mistero, di pari passo, la misura; ma non la misura del mistero, cosa umanamente insensata; ma di qualche cosa che in un certo senso al mistero s’opponga, pur essendone per noi la manifestazione più alta: questo mondo terreno considerato come continua invenzione dell’uomo. Il punto d’appoggio sarà il mistero, e mistero è il soffio che circola in noi e ci anima”.

È ancora un accenno al mistero quello che emerge poi quando descrive il compito dell’artista dinanzi al nulla: “Il mistero non può negarsi ed è in noi costante. Tutto quel potere magico di restituire per sempre, muovendo la fantasia, un momento della realtà, l’arte l’ottiene principalmente per la sua forza geometrica. Certo il dono degli artisti veri sarà quello di riuscire a dissimulare questa forza, come la grazia della vita nasconde lo scheletro”.

Il poeta parla a nome di tutti, quello che ha dentro – affermava un’altra grande voce poetica, stavolta femminile, del nostro Novecento: Alda Merini – è uguale a quello che sentono tutti, ha solo più capacità di dirlo: ha più sentimento, ma non è che sia molto lontano dal sentire comune, altrimenti gli altri non lo intenderebbero. Ma il poeta, in ultima analisi, “canta a nome di tutti”.

Ed è forse esperienza di tutti, all’inizio di una nuova pagina di vita – come può essere il volgere di un anno sul calendario e l’affacciarsi del nuovo – provare insieme questo senso di nulla e di mistero: lo stupore e il tremore che ogni nuovo inizio porta con sé, coi suoi slanci e i suoi sogni, le sue attese e le sue speranze, misti a paure e pregiudizi. È quella meraviglia e, insieme, quel tremore che secondo Platone sono alla base della filosofia; quel mysterium tremendum et fascinans con cui Rudolf Otto descrive il sentimento del “sacro”; quella relazione irriducibile tra nulla ed eterno che Ungaretti pone a inizio e fondamento della sua opera e della sua vita, e che non può non interpellare anche la vita e l’opera poetica (nel senso etimologico del “fare”) anche di ciascuno di noi.☺

 

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