All’insegna della pace
2 Gennaio 2016
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All’insegna della pace

Possiamo rimanere spettatori muti mentre le nazioni stanno scivolando verso tante guerre parziali in preparazione della catastrofe finale? Sono in molti a chiedersi che fine hanno fatto i pacifisti che nel 2003 riempivano le piazze per protestare contro la guerra del golfo, mentre le bandiere della pace su balconi e finestre dipingevano il mondo di arcobaleno. Per quello che posso costatare siamo meno effervescenti e folcloristici, ma l’impegno per la pace non è mai venuto meno, anche se la dittatura dei numeri ci oscura e l’onore delle prime pagine viene riservato a una politica funzionale ad interessi economici spesso loschi.

Vorrei provare a ragionare con quanti dicono: siamo contro la guerra, ma una lezione ai terroristi va data e il loro stato deve essere distrutto, proprio come quelli che dicono: non siamo razzisti, ma gli immigrati se ne devono andare. Gli attentati di Parigi sono stati un brutto risveglio per un occidente sonnacchioso e indolente, abituato a fare guerre per conto terzi e su suoli infinitamente lontani. Ogni uccisione è un crimine, e criminale è chiunque la commette. Dovrebbe essere un caposaldo della nostra democrazia e invece spesso si va in deroga e così i morti non sono tutti uguali. Perché cento morti causati da bombardamenti in Siria o in Iraq o in Afganistan non ottengono la stessa indignazione e sollevazione popolare di cento persone assassinate a Parigi o a Roma? È il dolore per i morti o la paura per la nostra sicurezza a mandare in frantumi il nostro modo di vivere e di pensare? Chi non ha più nulla da perdere mette in gioco la propria vita e poiché il nostro benessere gronda sangue innocente è tempo di rimettere in discussione le nostre politiche.

Cercano di convincerci della ineluttabilità della guerra per rispondere a certe strategie terroristiche. Da che mondo è mondo mai una guerra ha risolto i problemi, anzi li ha amplificati. Ha consegnato alla storia vincitori e vinti, non chi ha ragione o torto. E questo lo sappiamo tutti. E allora perché continuiamo a ripetere periodicamente lo stesso errore anziché dichiarare la guerra definitivamente tabù? Dopo oltre dieci anni è venuta fuori una verità che tutti sapevamo: in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa ma serviva solo un pretesto per andare a destabilizzare l’Iraq e imporre altre politiche. Perché allora i fautori di quella guerra non vengono dichiarati criminali e perseguiti come tali dai tribunali internazionali? È la stessa logica che ci guida quando vogliamo rendere lecito perfino uccidere chi viene a rubare a casa, ma guai a toccare chi ci deruba sui conti bancari! L’occidente, dopo il putiferio scatenato a seguito dell’ abbattimento delle torri gemelle, non solo non ha risolto nulla, ma ha solo incancrenito ulteriormente lo scenario internazionale. Corriamo il rischio di ripetere lo stesso errore. A forza di giocare con il fuoco si resta bruciati!

La guerra è funzionale alla produzione e commercio di armi e dunque al grande capitale e alla finanza che foraggia l’informazione che a sua volta si prende la briga di convincere l’opinione pubblica della bontà di operazioni belliche. Ergo quelli che sostengono la necessità di interventi armati mentre si atteggiano a paladini delle libertà occidentali, si trovano ad essere semplicemente “utili idioti” nelle mani di un mercato senza scrupoli. Opporsi alle guerre non solo è schierarsi dalla parte della vita, ma è anzitutto rifiutarsi di divenire terroristi, alla stessa stregua di coloro che si intende combattere. Linfa vitale del pensiero cristiano e di quello socialista è la solidarietà, il fare fronte comune con oppressi, sfruttati ed emarginati e allora anziché diventare carne da cannone, lasciandoci convincere che ci sono guerre necessarie, è urgente elaborare altre strategie perché ci sia la pace dismettendo imperialismo, colonialismo e razzismo.

Solo l’Italia destina all’apparato militare, alle armi e alla guerra 72 milioni di euro al giorno. Se il bilancio di guerra di tutte le nazioni anziché alla distruzione (facendo il gioco di chi ci lucra) fosse destinato a costruire la pace nelle nazioni sfruttate e in difficoltà, attraverso il ristabilimento di un minimo di giustizia sociale e di aiuti umanitari, la terra diventerebbe un paradiso terrestre. I regimi belligeranti in tutte le parti del mondo sono sostenuti puntualmente da noi occidentali che ne ricaviamo profitti. Se alla barbarie si oppone la civiltà dell’amore, se alla violenza si oppone il diritto, se alla distruzione si oppone la convivenza sicuramente si comincerà a scrivere un’altra storia.

Siamo esasperati per l’invasione di immigrati, ma ci guardiamo bene dal chiederci perché fuggono dalle loro patrie e soprattutto perché non facciamo nulla per rimuovere le cause in modo che possano vivere felicemente nella loro terra. Ci spaventano i cambiamenti climatici ma non siamo disposti a rimettere in discussione il nostro stile di vita. Rischiamo di pagare molto cara la nostra indifferenza nei confronti delle persone e delle realtà che ci circondano. È facile incolpare i poveri e i paesi poveri di tutti i nostri mali, ma sono proprio le nostre scelte a costituire la causa prima della minaccia alla pace. Ci serva di monito il detto popolare: cane litigioso porta sempre escoriazioni☺

 

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