Amare è donare
5 Maggio 2015
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Amare è donare

Tra i libri più difficili da leggere e da capire, nella bibbia, dobbiamo certamente annoverare la I Lettera di Giovanni, che contiene una complessa riflessione sul comandamento dell’amore. Questa lettera è strettamente legata con il quarto vangelo, tanto che qualche studioso ha ipotizzato che essa sia stata scritta per interpretare correttamente quel vangelo, per non correre il pericolo di vedere nel Gesù lì descritto un essere divino, senza nessun legame con l’umanità se non in modo apparente. La questione potrebbe sembrare squisitamente teologica e quindi sopra le teste e la vita di noi poveri mortali; tuttavia se si dovesse negare l’umanità di Gesù, tutto ciò che lui ha insegnato nel vangelo sarebbe inapplicabile, a cominciare da quanto ha detto subito dopo la lavanda dei piedi: “Vi ho lasciato un esempio perché come ho fatto io facciate anche voi” (Gv 13,15). E ancora: “ Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così anche voi amatevi gli uni gli altri” (13,34). Ora, se Gesù non fosse veramente uomo, le sue affermazioni sarebbero una presa in giro, in quanto chiederebbe qualcosa che solo un Dio potrebbe attuare. In questa prospettiva la I Lettera di Giovanni mette strettamente in connessione il riconoscimento di Gesù uomo come Figlio di Dio e il comandamento dell’amore: “Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri…ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne (cioè è vero uomo), è da Dio…amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio perché Dio è amore” (1 Gv 3,23; 4,3.7-8). Questo testo, paradossalmente, inverte la questione: amando, dimostriamo noi di non essere semplicemente uomini, ma di essere stati “divinizzati”, dopo che Dio stesso, attraverso Gesù, è venuto tra noi per rendere l’uomo capace di amare come Lui ama.

La lettera, come dicevo, è complessa perché è difficile trovare un filo conduttore; tuttavia il messaggio è di una semplicità estrema: fede e vita sono strettamente connesse; l’una è lo specchio dell’altra: amando come Gesù ci ha amati, cioè fino a dare la vita, si dimostra di essere sotto la sfera di influenza di quel Dio che è definito semplicemente amore; si ha la prova di credere in Dio solo nella misura in cui ci si mette in gioco per l’altro: “Se uno dicesse: io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (4,20). La vita umana, secondo questo autore, si riduce a due possibilità: entrare in un circolo virtuoso dove l’amore del fratello dimostra l’amore per Dio e l’amore per Dio si invera nell’amore per il fratello; o entrare in un circolo vizioso, nel quale l’odio del fratello è la dimostrazione lampante che non si crede nel Dio di Gesù Cristo, ma in un idolo, una proiezione della propria volontà di potenza.

Non a caso la lettera si conclude in modo apparentemente sbrigativo, ma come se fosse la vera sintesi di tutto il messaggio, con queste parole: “Figlio- li, guardatevi dagli idoli” (5,21). Questa frase, di una concentrazione estrema, costringe chi ha letto il testo a chiedersi: ma in quale Dio credo? Se non mi importa nulla dell’altro, anche solo come desiderio, sono certo di credere nel Dio di Gesù Cristo? E questo dubbio dovrebbe attraversare chiunque pensa di aver risolto la questione di Dio riempiendo la propria vita di ritualismi religiosi; anzi, paradossalmente più si vive a contatto con la Parola, con i sacramenti e con la pratica religiosa in genere, più il contrasto diventa netto, nella misura in cui tutta questa fede non si traduce in atteggiamenti di servizio, di accoglienza, di perdono, di fraternità: “Da questo si distinguono i figli di Dio dai figli del diavolo: chi non pratica la giustizia non è da Dio, né lo è chi non ama il suo fratello. Poiché questo è il messaggio che avete ricevuto fin dal principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello” (3,10-12). Non si ha nessun alibi quando la propria fede non si traduce in vita concreta di servizio all’altro; anzi diventa una menzogna. Nella rilettura che fa di Caino, Giovanni probabilmente ha in mente il fatto che anche lui ha portato un’offerta a Dio, aveva avuto un atteggiamento religioso; la verità della sua vita però è stata rivelata dall’uccisione del fratello Abele: lì ha detto concretamente, nei fatti, che di Dio non gli importava nulla.

Giovanni vola alto dal punto di vista teologico ma è molto concreto nell’ applicazione della fede nella vita: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (3,17-18).

La Prima lettera di Giovanni è certamente un invito ad avere una corretta fede cristologica; ma non è questo il fine. Per Giovanni è solo lo strumento per incarnare nella nostra vita di figli quell’amore di cui Dio Padre è la fonte e che ci è stato mostrato e trasmesso dalla vita e dalla morte di Gesù, unico criterio della vita cristiana: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (3,16).☺

 

 

 

 

 

 

 

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