Andrà tutto bene
17 Maggio 2020
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Andrà tutto bene

“TUTTO”: il tratto incerto, il pennarello premuto che semina qua e là chiazze di blu. Sotto, un arcobaleno: le linee curve a singhiozzo, il colore di chi si sforza per riempire il bianco del foglio e un po’ si stanca, dunque azzurro e rosso e verde e giallo e arancio e violetto. Poi, “ANDRÀ BENE”: ancora in maiuscolo, la grafia già più decisa, quasi l’autore fosse un po’cresciuto. Infine, una firma, questa volta in minuscolo, un minuscolo personalissimo come ogni volto, anche il volto di un piccolo uomo: Andrea.
L’ho visto attaccato sulla porta a vetri di un condominio cui mi si sono trovata a passare davanti. M’ha colpito subito: tra le cose più belle che abbia letto e visto in questo triste periodo.
“ANDRÀTUTTO BENE” è divenuto da ultimo uno slogan, ma gli slogan dei bambini, lo slogan di Andrea, hanno altro sapore: ribaltando, sconvolgendo, reinterpretando l’originale, si fanno autentici, il contrario della anonima ripetitività dello slogan. Il “TUTTO” di Andrea era l’arcobaleno, il colore di cielo e terra e mare, il mondo, la vita nella sua essenza, nel suo gusto unico e irripetibile. Mi ha commosso Andrea e fatto credere che veramente tutto andrà bene, se qualcosa avremo voluto imparare da tanto dolore.
Perché è dal dolore che si impara. Lo ha scritto in modo memorabile, primo nella cultura occidentale, il tragediografo greco Eschilo, nell’Agamannone: “Páthei Máthos”, “saggezza attraverso la sofferenza”, quanto dire che il male, spesso frutto della tracotanza umana, è bensì strumento capace di educare gli uomini alla giustizia, poiché attraverso il dolore essi possono conoscere nel profondo se stessi, la misura della loro fragilità.
Ora soffriamo. Atterriti ed increduli, in preda agli umori estremi ed oscillanti di chi non sa, viviamo la pandemia come ogni catastrofe che sconvolga l’esistente: il presente ci pare alieno, il futuro un’incognita buia, il passato, anche quello più recente, anche quello più tribolato, il luogo della perfezione.
Capiamo, ora, quanto siamo fortunati quando stiamo bene, quando lavoriamo e possiamo vivere dignitosamente, quando usciamo con gli amici e ridiamo o ci azzuffiamo in discussioni di nullo conto, quando vediamo bambini e giovani felici, quando la famiglia intorno a noi è serena; capiamo il valore della libertà, che è tale in quanto ha un limite nel rispetto degli altri, capiamo che la solidarietà è l’anima dell’umanità, capiamo che la democrazia ha un prezzo nel senso di responsabilità, nella partecipazione avveduta alla cosa pubblica; capiamo, infine, che i nostri modelli di sviluppo non sono garanti di benessere né sono proiettabili all’infinito, se questo mondo intendiamo preservarlo perché le generazioni future possano goderne.
Un’altra immagine, altre parole, mi hanno profondamente toccato in questi giorni: la sagoma sottile e la veste nera del vescovo di Milano proteso verso la statua aurea della Madonnina sul duomo della città, la sua implorazione alla Madonna, semplice e sentita, dapprima recitata nell’idioma lombardo di Testori, poi nelle tante altre lingue che abitano Milano. Un atto di devozione umile, garbato, concreto, inclusivo, lombardo. Penso tanto a Milano e al lutto della Lombardia, anche perché, se non fossi stata molisana, quella regione, in cui ho vissuto i primi anni della vita, sarebbe stata la mia terra d’elezione; e in mente mi si affastellano ricordi, prima il busto di Manzoni in prossimità della Scala, quindi la figura del “suo” cardinal Federigo Borromeo, intento a portare parole di conforto agli ultimi, infine la descrizione della peste a Milano ne I promessi sposi.
Sintesi inimitabile di raziocinio illuminista e di pathos romantico, la peste di Manzoni parla a noi tutti, e parla di adesso: parla di sbigottimento e paura, di iniziale mancanza di cooperazione, di minimizzazione dell’evento, di ritardi nei provvedimenti, di tentativi di raggirare le norme, di dispute tra medici, di presa di consapevolezza, di solidarietà, infine.
La peste manzoniana è il momento più alto della tragedia ne I promessi sposi, ma è anche la fine delle peripezie dei suoi attori e l’inizio della soluzione dei loro drammi, vera catarsi rigenerativa: Renzo nel lazzaretto incontra don Rodrigo e traduce il suo desiderio di vendetta in preghiera per il morente soverchiatore; di seguito, Renzo e Lucia realizzano il loro sogno d’unione nel matrimonio; fra Cristofaro, mediatore di bene, muore di peste, sacrificando per gli altri la sua stessa esistenza, come richiede la regola della prossimità cristiana.
… ci sono giorni pieni di pioggia; ma poi ci sono giorni pieni d’amore, che vi danno il coraggio di andare avanti per tutti gli altri giorni. Versi scritti su di un segnalibro fatto a mano che mi hanno regalato.
In questi nostri giorni strani, pieni di pioggia sull’anima e pieni di testimonianze di amore, dobbiamo sperare che sarà così: provati e cambiati, forse più forti, forse più consapevoli e maturi, arriveremo pure noi ad un epilogo nuovo, ad un migliore inizio. Con gli occhi puri di Andrea, col suo variopinto arcobaleno nel cuore, per forza andrà tutto bene. A presto. ☺

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