Ariamara
12 Marzo 2019
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Ariamara

Abito il supplizio degli ultimi

come mia stessa carne. Indignato

respiro l’aria dei poveri, gravida,

quando nelle bisacce raschiano vuoto.

Rimossa la panchina-casa, ora

siepe dimora di erbacce rampicanti.

Sfratto programmato dal software, dicono.

Bucce calpestate, petali disfatti: rancido pasto.

Strano che la Caritas non giunga qua sotto.

Corvi assaltatori vibrano ali sui pastrani

strofinando l’ariamara col graffio d’ugola.

Senzanulla traballano al vento, grami

stramazzano al suolo, sacchi di paglia.

Grani di rosario soluzione d’attesa?

Corda al girovita, stretta quest’Asinara,

sul collo scivola libera unta d’olio cravatta

ruvida sulle carotidi. Senza fretta strappa

l’ora nona sul colle del Cranio, scelta umida.

Disfatta senza battaglia, resa senz’armi.

Non serve la differenziata, tutto in bocca.

Accoglienza – senza se e senza – ma per scorie

che richiamano i bassifondi di Londra.

Che dolore agli occhi che sofferenza l’anca.

Maserati nel parcheggio affianco. Chapeau.

S’accappona la pelle per altrui indifferenza,

quella spazzatura urge smaltimento.

Cavernicoli anche noi al tempo dell’i-phone.

Nel caveau della banca luccicano lingotti,

fuori, il sapore grigio dell’ariamara.

 

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