assisto e resisto
7 Maggio 2017
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assisto e resisto

eccelle il Capracotta’s new age day, svoltosi in data sedici agosto, manco a dirlo a Capracotta. Spiego. La mattina del sedici Rita ed Enrico, due cari amici tra loro sposi, mi invitano a fare una gita a Capracotta, tanto più che si sarebbe tenuto un concerto in un bosco nelle prossimità del paese. L’idea mi piace e accetto. Si parte dunque per Capracotta. Durante il viaggio mi raccontano di esservi già andati il giorno precedente e di aver casualmente conosciuto un gruppetto di garbate signore non molisane cosiddette naturopate, raccoglitrici di erbe spontanee, appassionate di medicina naturale e di metodiche alternative al raggiungimento del benessere: bello, bene, vegani sì, vegani no, omeopatia sì, omeopatia no, tra pareri discordi ma vicendevolmente rispettosi il discorso cade lì. Arrivati a Capracotta, corroborante camminata in salita per il bosco e giungiamo in una radura tra il verde, dove suona un’orchestra niente male di cinque giovani, tutti fiati. Concluso il concerto, i miei amici mi chiamano da parte e mi presentano ad una delle signore conosciute il giorno prima, anzi alla maestra raccoglitrice di erbe selvatiche, dicendole che sono insegnante. La signora, con ancora la destra nella mia, pronuncia una energica tirata contro gli insegnanti, perché non saprebbero vedere il bicchiere mezzo pieno e trasmetterebbero ai loro allievi il sapore della delusione e del disfattismo. Con questo grave sul capo, basita e lievemente piccata, annuisco e resto zitta, un po’ per educazione, un po’ perché non ho esattamente compreso il senso della sua ramanzina. Subito dopo Rita ed Enrico mi riportano l’invito che ella ha appena fatto loro, affinché insieme all’intero gruppetto di raccoglitrici partecipiamo ad un banchetto di erbaggi in un casale nei pressi. L’invito è accolto; intanto sono le due e mezza del pomeriggio, ho una fame da lupi e sbocconcello dei biscotti al finocchio di fattura industriale, mentre le naturopate, che ancora raccolgono iperico e achillea sotto lo schioppo del sole, mi guardano con un certo stupore. Si arriva alle tre al casale, che gode di una posizione incantevole, circondato da boschi e sovrastante la valle del Verrino.

La raccoglitrice maestra ordina e dispone apparecchiatura e cottura di erbe varie, nel frattempo divaga a proposito di concordia universale né manca di lanciare appelli in pro del celeberrimo bicchiere mezzo pieno anziché non. La tavola è preparata, colma di ogni varietà di verde e, prima di mangiare, bandito il salutare comunissimo “buon appetito”, i commensali sono invitati ad alzarsi in piedi, ognuno sollevando in alto un bicchiere d’acqua, per ringraziare cielo e terra madre e non so chi o cos’altri; ci si accomoda finalmente e io assaggio pane, pomodoro e tarassaco, mentre la conversazione si incentra su una presunta svolta epocale imminente, sulla necessità di equilibrio degli elementi cosmici e di stili di vita alternativi, meno consumistici e più rispettosi dell’ambiente inteso in senso lato.

Il pranzo si conclude col necessario caffè. Intermezzo temporalesco maestoso a fronte delle montagne e a pochi passi dal cielo, quindi la maestra ci mette seduti in cerchio e con occhio indagatore e vagamente imperativo, per sondare e magari curvare la nostra attitudine alla concentrazione, dopo aver recitato una lettura su Maria di Magdala e citato en passant i Vangeli apocrifi, invita una raccoglitrice di erbe pure presente a prendere il suo harmonium indiano, strumento d’accompagno per cantare tre mantra, nel mentre che una seconda raccoglitrice ci passa intorno con un grande recipiente di bronzo che, battuto con un martelletto, produce una piccola vibrazione atta ad entrare in sintonia con e misurare la nostra interiore vibrazione, mi viene poi riferito. Io fatico a chiudere gli occhi e a cantare i mantra, né mi persuado a rispondere a qualsivoglia dictat della signora maestra. Semplicemente assisto e resisto, in qualche modo. Segue un girotondo ondeggiante scandito da un canto degli Indiani d’America, con parole in inglese, naturalmente. Il rito si conclude con un paio di minuti di sornione unanime silenzio, ma non è finita, perché dopo il rito vengono il mito e la storia, meglio un mix di mito e storia intessuto con propositi didattici, nel corso del quale ho sentito di troppo e il cervello mi è andato in pappa. Ho sentito, per esempio, che si può ricostruire la storia di Italia only sannitica, ovviamente; ho sentito che Sanniti e Mongoli del Khan – sic – avrebbero avuto contatti tra loro, come confermerebbero – sigh,- le forme dei rispettivi altari votivi; ho sentito di spade nella roccia, di cappellini artigianali di Capracotta stranamente identici a taluni di fattura indiana e ho sentito di tavole osche e rune celtiche che riprodurrebbero parole di identica armonia sonora; ho sentito dell’om e dell’amen, e via così, per arrivare alla morte di Giovanni Paolo II, cui avrebbe fatto seguito un sollevarsi di non meglio specificati fogli, certo segno della fine di un’epoca e dell’inizio della successiva. Infine, ci si congeda, non prima che la maestra abbia presentato qualche sua pubblicazione, distribuito mazzetti di erbe varie, caldeggiato la palingenesi benefica del mondo, da ottenersi anche tramite il collegamento ad un sito web (“Mezzo pieno” il suo nome, per chi ne avesse intenzione).

Alle sei e mezza del pomeriggio si riparte.

Sulla strada del ritorno in prossimità delle fonti del Verrino chiediamo un’ informazione ad un pastore: lui ha negli occhi l’armonia composta di chi fatica, la tensione contemplativa pura cui ascende chi lavora duro ed è semplice, non conosce contorsioni ambientaliste e teosofiche, geo-storiche e mistico-filosofiche, non ostenta, offre quel che sa né pecca, come io pecco, di insofferente scetticismo.

Mi sono “ritrovata” dopo una insolita giornata, ho pensato di essere fortunata, perché ho degli amici che mi vogliono bene, non importa il mio caratterino pepato, e mi aiutano a conoscere di più e diversamente; ho pensato di essere felice perché di lì a poco, a casa, avrei letto Signora Ava, che ho ripreso tra le mani qualche giorno fa e che mi pare ancor più bello della prima volta che l’ho letto: ho pensato a don Matteo, al Colonnello, a don Beniamino, a Pietro ed Antonietta e agli altri attori di quella commovente saga molisana, così diversi tra loro, così concreti, eppure poetici senza presumerlo, tale la prosa instancabilmente precisa di Iovine, chiara e complessa, come la vita. A presto.☺

 

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