Attratti dalla parola che fa vivere
26 Dicembre 2018
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Attratti dalla parola che fa vivere

“Ecco, verranno giorni – oracolo del Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese; non fame di pane né sete di acqua, ma di ascoltare le parole del Signore” (Am 8,11).

Il Libro del profeta Amos nasce dalla parola profetica di un allevatore di pecore che ama assimilare la voce di Dio al ruggito del leone. Il libro si articola in tre parti – gli oracoli contro le nazioni pagane (Am 1,3-2,16), gli oracoli contro Israele (Am 3-6) e le cinque visioni del profeta (Am 7-9) – ma si presenta estremamente complesso a causa di un lungo processo redazionale. Il Dio che parla smaschera i misfatti dell’uomo e li denuncia con forza, senza peli sulla lingua. La denuncia contro il suo popolo è quella più sferzante: i reati commessi sono il rifiuto della Legge del Signore, l’idolatria, la pratica di ogni sorta di ingiustizie (come vendere il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali , cf. Am 2,6), la perversione (padre e figlio che vanno dalla stessa ragazza, cf. Am 2,7), ecc.

Il libro è un grido di denuncia nei confronti di un popolo che ha smarrito la sua identità e ha perso la memoria delle sue origini. Nella prima parte appaiono 8 strofe costruite su un modello comune – la formula “Per tre misfatti.. e per quattro…”, poi la denuncia del crimine, il castigo e la formula conclusiva: “dice il Signore” -, strofe che si concludono con la denuncia di Giuda e Israele. Il popolo dell’alleanza soffre di una pesante amnesia. Ha dimenticato quello che Dio ha fatto in suo favore: li ha fatti salire dall’Egitto, li ha condotti nel deserto per farli entrare in possesso della terra e ha concesso loro il dono della profezia, segno di speciale intimità con Dio, eppure questo popolo ha chiuso la bocca ai profeti. Per tutti questi misfatti Dio ritira la sua benevolenza e lascia il popolo in balìa di molte prove e umiliazioni. Al popolo non resta che cercare Dio per poter vivere oppure non ci sarà più scampo (cf. Am 5,4-6). Questo cercare Dio per vivere significa affrettarsi a ripristinare la giustizia. Le catastrofi appaiono come un appello accorato a ridefinire il vero culto, che è il luogo dove si verifica la vera relazione con Dio. La prima profanazione del tempio avviene nell’ingiustizia. Il culto diventa in tal modo una copertura del male, ma un culto senza giustizia non interessa affatto a Dio che denuncia ogni religione che si autogiustifica nella pratica del culto e non si cura della giustizia.

Dio si è stancato di un culto sterile dove offerte, canti e suoni di arpe nascondono ingiustizie, estorsioni, maltrattamenti, sfruttamento dei poveri (cf. Am 5,21-27). A causa del propagarsi dell’ingiustizia, si prospetta un futuro poco roseo per il popolo annunciato dalla visioni di Amos (cf. Am 7,1-9,4): egli vede delle cavallette, poi un fuoco che divora la campagna, un filo di piombo che demolisce i santuari di Israele, un canestro di frutta matura, il crollo del tempio. Il profeta intercede presso Dio dopo le prime due visioni e Dio ha compassione del suo popolo e non distrugge, ma poi, dopo la terza visione, il sacerdote di Betel, Amasia, impedisce ad Amos di profetizzare e il castigo sembra inesorabile: il clima di festa in Israele si muta in qualcosa che somiglia a “un lutto come per un figlio unico” (Am 8,10).

Ed ecco che Dio manda la fame nel paese, una fame non di cibo ma la fame di ascoltare le parole del Signore. Si verifica una sorta di ritorno al deserto, non per regredire, ma per convertirsi e tornare a vivere un’alleanza vera con il Signore. Chiudere la bocca al profeta, come aveva fatto Amasia e come fanno tutti i prepotenti della terra, è condannarsi alla fame. Perché come insegna il libro del Deuteronomio, l’essere umano non può accontentarsi del pane. Per vivere ha bisogno della Parola che può comunicargli le chiavi per poter vivere veramente e non costringersi alla sopravvivenza a cui il male inevitabilmente conduce. Dopo aver estirpato l’iniquità, Dio promette la ricostruzione e la rinascita di un popolo fondato sulla giustizia.

La giustizia è un problema di sempre: la brama di potere che porta a schiacciare gli altri acceca tutti senza eccezione alcuna, credenti e non, praticanti e non, presbiteri, consacrati/consacrate e fedeli laici. Se chiudiamo l’orecchio al “ruggito del leone”, la parola viva ed energica di Dio che viene a svegliare le coscienze, non impareremo mai l’ossequio ai comandamenti principali: vivere la nostra creaturalità (cioè non scambiare la “fattura” per il “Fattore”), evitare di vivere un’esistenza insipida “sanza ‘nfamia e sanza lodo” (come gli ignavi presentati da Virgilio nel III canto dell’Inferno come coloro che non prendono posizione), accogliere ogni uomo e ogni donna come un fratello e una sorella da proteggere, custodire e servire. Perché questo è un uomo: uno che non si fa da sé, uno che è chiamato a mettere le mani in pasta, uno che si realizza solo nell’incontro con un “tu” in relazioni improntate alla giustizia.

 

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