Audit sul debito
19 Gennaio 2018
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Audit sul debito

Gli enti locali e le comunità territoriali sono da tempo diventati uno dei luoghi fondamentali di precipitazione della crisi. Negli ultimi tempi in diverse città e realtà territoriali sono nate esperienze di indagine indipendente (audit) sul debito degli enti locali; sono realtà in divenire che, nella riappropriazione collettiva dei beni comuni e della ricchezza sociale prodotta, provano a immaginare un nuovo modello di comunità territoriale e di democrazia partecipativa. È venuto il momento di provare a socializzare queste esperienze, rafforzandole nel reciproco confronto e riconoscimento e iniziando a costruire una comune piattaforma di rivendicazioni territoriali che mettano al centro il ripudio del debito illegittimo, il contrasto al patto di stabilità e al pareggio di bilancio, la necessità di una nuova finanza locale pubblica e sociale, finalizzata alla riappropriazione collettiva dei beni comuni e della democrazia. Inoltre, tra gli altri obiettivi vi è quello di costruire un percorso internazionale che conduca ad una Conferenza globale sul debito (Pescara 27 gennaio 2018). In quell’occasione vorremmo far decollare una commissione popolare indipendente e autonoma sul debito pubblico italiano (Audit sul debito) ed è per questo che vi invitiamo a prendere parte a questa ribellione dal basso che genera nuove pratiche sociali che integrano la filiera di quel vastissimo panorama mondiale di pratiche comunitarie sociali di gestione dei beni comuni.

È fondamentale mettersi in movimento ed assumere la questione del debito come un integratore sociale in grado di raccordare movimenti e pratiche sociali. Il debito però è anche un paradigma ambientale: le devastazioni, l’inquinamento, l’eccessivo sfruttamento per l’estrazione delle risorse naturali sono causate dal pagamento del servizio al debito (interessi) perché obbliga i paesi fragili a subire politiche basate su “aggiusta- menti strutturali” tra cui lo sfruttamento intensivo del territorio da parte di imprese irresponsabili, il land grabbing e l’ urbanizzazione selvaggia come merce di scambio per rimpinguare le ridottissime casse trafugate dal debito pubblico, in gran parte di matrice governativa, e dal conseguente taglio sproporzionato e tragico dei trasferimenti statali. Il debito economico e finanziario è alla base della distruzione della nostra casa comune.

Esso è anche un paradigma sociale. L’assenza di relazioni o la presenza di relazioni alterate e/o patologiche, il disagio, le dipendenze, l’isolamento, la perdita del senso di comunità, lo spaesamento e la perdita di orizzonti significativi sono causati anche dal pagamento del servizio al debito (interessi) che obbliga i paesi fragili ad effettuare aggiustamenti strutturali tra cui le privatizzazioni dei beni comuni come istruzione, sanità, servizi sociali, tagli al Welfare state, scarso sostegno a forme di vita comunitarie (famiglia, convivenze, ecc.) alla base del debito sociale. Esiste anche un debito religioso causato dalla categoria della colpa che spesso rende l’atteggiamento del credente passivo e remissivo, privato di senso critico verso forme di espressione del dissenso interno che dovrebbero liberare risorse o aprire percorsi nuovi, ma che invece vengono ridotte al silenzio proprio come il senso di colpa del debito affloscia le già deboli capacità di resistenza di un popolo che scorge realtà invisibili che schiavizzano, ma non ha la dignità per reagire in quanto privatone dal senso di colpa. Ma perché la violenza, i corpi violati, i diritti negati?

Tento di introdurre alcuni fili del discorso che potrebbero arricchire o provocare movimenti interni anche a questo mondo che si batte per la giustizia ambientale e sociale. L’affermazione personale sembra essere diventata una ideologia o un dogma che non può essere messa in discussione. Questo falso obiettivo della vita rende schiavi soprattutto i maschi, ma colpisce anche le donne che svendono il proprio corpo e la propria anima pur di raggiungere questo effimero obiettivo. L’affermazione personale, se inserita nelle relazioni anche tra generi, prosciuga le energie delle coppie perché sposta l’investimento sociale dall’essere soggetti in movimento reciproco a terribili forme di schiavitù o di privazioni di libertà considerate come sacrificio necessario per l’affermazione del sé. La Rapidacion ovvero il tasso di velocità con cui impostiamo il nostro stile di vita e lo imponiamo agli altri provoca anche danno al corpo violato della terra non più in grado di generare risorse sufficienti, data la velocità del nostro consumo. Il pensiero acritico ci rende tutti viandanti senza domande che non si rendono conto di essere su una giostra impazzita che non si allontana mai dal centro pur generando un movimento illusorio sempre più veloce e intenso. Il pensiero acritico può essere definito come il risultato della de-costruzione collettiva dei filtri sociali che ci rendono in grado di valutare una violenza, una ingiustizia, o di provare una gioia vera. Prevalgono la perdita di senso ovvero di un orizzonte cognitivo condiviso, lo spaesamento come perdita delle radici sociali, familiari e comunitarie, la cosificazione ovvero la trasformazione delle persone in “cose” tipico di un sistema eccessivamente consumistico in cui i beni ci appaiono sempre disponibili e quindi quasi senza valore, pronti per essere usati, anche in parte, e poi buttati nella nostra pattumiera mentale, nella quale non ci rendiamo conto di considerare anche gli altri come cose sempre disponibili, da usare, da gettare. Una volta utilizzati, o impossibilitati a proseguirne l’utilizzo, consideriamo gli altri come rifiuti da buttare, eliminare, occultare, espressione di sentimenti immaturi e narcisistici che si trasformano in violenza proprio per affermarsi anche quando la “cosa non ci appartiene più”.

In sintesi, è necessaria la costruzione di un’etica condivisa, attraverso lotte e pratiche sociali, che ridefinisca cos’è l’umano e cosa debba intendersi per umanità. Senza la costruzione di questo parallelo con le lotte per la giustizia sociale e ambientale rischieremo di non mettere a frutto l’enorme costruzione di speranza che dai bassifondi della società sta emergendo. ☺

 

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