Auguri di neve 2
11 Dicembre 2018
laFonteTV (937 articles)
0 comments
Share

Auguri di neve 2

“Penso che Natale non sia mai veramente Natale se non c’è la neve” (James Joyce). Potrebbero sembrare le parole di una delle cartoline di auguri di Natale che lo scrittore irlandese inviava, negli anni parigini, al suo amico Italo Svevo, lontano a Trieste. E come tali potrebbero bissare gli auguri di neve del mio articoletto uscito su la fonte di dicembre dello scorso anno. Ma in realtà si tratta della battuta di un personaggio dell’ultimo e più complesso racconto della raccolta Gente di Dublino di Joyce, considerato, a dispetto del titolo I morti, fra i più belli della letteratura del Novecento, soprattutto per il suo poetico finale.

A Dublino, nel 1904, in una serata del periodo natalizio, si svolge la tradizionale festa che due anziane sorelle, Kate e Julia Morkan, e la loro nipote Mary Jane organizzano ogni anno per parenti e amici. Una casa calda e accogliente, musica, danze e un’ottima cena, in cui il protagonista Gabriel Conroy, nipote prediletto delle signorine Morkan, ha il delicato compito di tagliare l’oca arrosto e, al momento opportuno, pronunciare un breve discorso ufficiale. Ma dopo la festa sua moglie Gretta si scioglie in lacrime ricordando una struggente canzone che qualcuno ha suonato durante la serata e alla quale è legato un tragico ricordo: la morte prematura del fidanzato di quando era ragazza, Michael Furey. Gabriel realizza così di non aver mai posseduto veramente il cuore della moglie e prova rabbia e invidia per Michael… Il paradosso è lacerante: Gabriel, con la sua vita senza passione, appartiene già al mondo dei defunti, mentre Michael è ancora vivo nei ricordi di Gretta. Questo “momento in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione” è l’“epifania”: è Joyce stesso a definire così questa tecnica letteraria e ad analizzarla in Epifanie, un taccuino che sarà pubblicato soltanto nel 1956.

Dopo questa “epifania”, che colpisce il lettore tanto quanto il personaggio di Gabriel, l’immagine conclusiva è quella della neve che cade su tutto l’universo: “Un leggero picchiare sui vetri lo fece girare verso la finestra. Aveva ricominciato a nevicare. Osservò assonnato i fiocchi, argentei e scuri, cadere obliquamente contro il lampione. Era tempo per lui di mettersi in viaggio verso occidente. Sì, i giornali avevano ragione: nevicava in tutta l’Irlanda. La neve cadeva su ogni punto dell’oscura pianura centrale, sulle colline senza alberi, cadeva lenta sulla palude di Allen e, più a ovest, sulle onde scure e tumultuose dello Shannon. Cadeva anche sopra ogni punto del solitario cimitero sulla collina dove era sepolto Michael Furey. Si ammucchiava fitta sulle croci contorte e sulle lapidi, sulle punte del cancelletto, sui roveti spogli. La sua anima si dissolse lentamente nel sonno, mentre ascoltava la neve cadere lieve su tutto l’universo, come la discesa della loro ultima fine, su tutti i vivi e su tutti i morti”.

Il sipario sembra chiudersi su qualcosa di funesto e confermare un altro aspetto tipico dei personaggi di Gente di Dublino: quella totale incapacità di cambiamento e di rinascita che Joyce chiama “paralisi” e che è stata brillantemente illustrata, anche con interessanti agganci alla realtà di oggi, da Dario Carlone, nell’ultimo numero de la fonte. L’anima di Gabriel si sente infatti già morire, mentre la neve scende stancamente su Dublino, ricoprendo i vivi e i morti, tra i quali, ormai, non sembra esserci più differenza. Ma ad uno sguardo più attento questo finale appare, nell’intera raccolta, l’unico in cui la presa di coscienza da parte del protagonista faccia sperare in quel cambiamento che nei racconti precedenti si presenta come vano proposito. Forse, dopo questa rivelazione, Gabriel è riuscito a capire che cos’è l’amore… Che cosa significa, infatti, che, per il protagonista, “era tempo di mettersi in viaggio verso occidente”? Il riferimento all’occidente è un richiamo evidente al luogo in cui, in passato, soggiornavano i morti. Vuole forse suggerire che lasciarsi morire, incalzati da una forte passione, sia meglio che lasciarsi uccidere dal tempo e dalla vecchiaia? Il bianco della neve è in fondo il colore del candore e della purezza. E forse lì c’è il riscatto.☺

 

laFonteTV

laFonteTV