Azzurro approdo
15 giugno 2018
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Azzurro approdo

Tornai con gli occhi a carezzare il mare,
la mia Terra e lì rimasi, farfalla,
tra scogli e cielo sospeso cent’anni,

forse mille nell’istante d’abbandono.

Tornai, così, fanciullo a eterno latte,

alle meraviglie d’innocenza

ai giochi assaporati sulla spiaggia

le conchiglie, dono di Nettuno,

i bianchi gigli sulle aspre dune

la casamatta del primo nascondino.
Come Ulisse alla sua petrosa Itaca

sostai implume nell’incanto di natura.

Sospeso pasteggiai al desco di Minerva

tra ulivi e sole, pampini e ginestre

posando l’elmo ai beneamati sassi,

atteso figlio andato, mai perduto.

Sorrise il pescatore, d’un sorriso lieve

notando il rossore di me bambino,

il rigo trasparente sulle gote,

col palmo al petto salutò il mio sguardo,

e l’altro al remo, all’usurato scalmo,

prendeva il largo nella calma d’onde.

Altre vele, intorno, d’arcobaleno

a benedir l’approdo all’orizzonte.

Sognai, chino alla terra, Dio pregando

un mondo sereno, d’azzurro pieno,

universo di pace, senza guerra.

 

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