Bagagli per la partenza
16 agosto 2018
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Bagagli per la partenza

Nel lontano 1988 il teatro del Guerriero, a mia regia, presentò uno spettacolo “bagagli per la partenza” in cui prendendo spunto da Antigone e da un vecchio film di fantascienza, parlava di un mondo denervato dal Potere. Solo personaggi come Antigone riuscivano a preparare una guerra morale mostrando a Creonte l’impossibilità del dialogo “perché tu parli un linguaggio a me straniero ed io dirò a te sempre parole sgradite”.

Invece che la partenza, la fuga desiderata, i personaggi decidono di rimanere e preparare una lotta contro il Potere. Era arte, era politica, era poesia, era cultura.

Direi che l’abbraccio-bacio fra Salvini e di Maio ha superato le ardite parole dello spettacolo dell’88.

Il fanciullo dai congiuntivi parsimoniosi e il ruspante Salvini, uniti al dandy Conte ci hanno buttato in una profonda insicurezza, in un forte desiderio di fuga.

Rifuggo dalla realtà ma sogno i passerotti e le cince che vengono a mangiare alla finestra coperte da una cappa di ghiaccio ed io che tento di liberarle e mi chiedo perché e chi le vuole far morire in modo così atroce. Il giorno dopo arriva la notizia dell’Aquarius. Non voglio parlarne perché già quasi tutti hanno espresso l’indignazione sul giocare con vite umane, scorrazzarle, dopo lunghe sofferenze, per un tour vacanze horror per nove giorni per farli attraccare in uno stato accogliente per ora, non si sa domani.

Salvini parla alla folla, scrive su twitter, impone la sua mascella volitiva che ci ricorda altre mascelle ed altri passaggi di fiero petto in parole sicure. Mostra la sua povera dialettica che però prende la pancia del popolo: non mette aggettivi, non edulcora. Lui getta zampate di potere e sicumera.

Ma arrivo al nocciolo di quello che mi interessa; né Salvini né Di Maio né il presidente del consiglio, nella sua diligente lettura dell’accordo per il governo del cambiamento, ci hanno detto una, dico una, parola sulla Cultura. Sono state dimenticate le direttive su questo argomento forse non considerato di prima importanza.

D’altra parte non sono i primi ad ingrassare la pancia del popolo con frasi d’effetto ed applausi: famiglie italiane regolari al primo posto, migranti da non accogliere, rom da sopportare e da respingere. Ricordate?

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare (B.Brecht).

Non offrire cultura fa dimenticare l’ardore e la forza della conoscenza che alimenta dubbi e impone questioni e parole di richiesta e pensieri di riflessione e di confronto.

L’intenzione del ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli di togliere il bonus cultura ai diciottenni – la 18app, 550 euro in buoni da spendere – diventa un caso politico. “Vale 200 milioni meglio far venire la fame di cultura ai giovani, facendoli rinunciare a un paio di scarpe”. È delirante arrivare a dire che sarebbe più educativo per un ragazzo la rinuncia a un paio di scarpe per permettersi i consumi di cultura che avere 18app.

Come se tutti i ragazzi in questo Paese potessero permettersi i consumi culturali, come se non fosse responsabilità pubblica educare alla cultura”. Il sospetto è che il ministro Bonisoli cerchi goffamente un motivo qualsiasi per tagliare i fondi a 18app, visto che il suo partito ha promesso ingenti tagli delle tasse fortemente classisti. Bonisoli e la Lega abbiano il coraggio di dire questo, invece che sperticarsi in penose lezioni paternalistiche su come si educherebbero i ragazzi alla cultura.

La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi”. E in effetti la cultura aiuta a schierarsi, a scegliere la parte in cui stare.

Con leggerezza si cancella la cultura da un discorso programmatico, lasciando cadere la cultura e la storia di questo paese nell’oblio, generando indifferenza verso il nostro essere italiani, accontentandoci di essere un popolo indistinto che ha bisogno di un avvocato.

Un Professore ha colpevolmente cancellato dalle sue repliche in aula, il nome di Piersanti Mattarella, derubricandolo ad un semplice “congiunto” del Presidente della Repubblica, cancellando la sua storia e il perché sia stato ucciso, ha cancellato anche la stagione dell’omicidio di Aldo Moro e una stagione di sangue che ha bagnato la storia democratica di questo Paese. Ecco perché questa dimenticanza è più grave delle altre.

“La cultura permette di distinguere tra bene e male, di giudicare chi ci governa. La cultura salva”. Lo diceva il maestro Claudio Abbado, un altro senatore a vita.

Ora si capisce perché la parola “cultura” nel contratto di governo non c’è.

Ecco perché non faccio un augurio particolare al Molise perché risorga più bello ma a tutti gli italiani chiedendo: ma tu da che parte stai? Vuoi diventare un baccellone denervato o non partire più ma preparare parole e atti di lotta?

Non pensavo che i tuoi editti [di Creonte]avessero tanta forza, che un mortale potesse trasgredire le leggi non scritte e incrollabili degli dei. Infatti queste non sono di oggi o di ieri, ma sempre vivono, e nessuno sa da quando apparvero” (Antigone).

 

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