Bambini nella guerra
15 Giugno 2022
laFonteTV (2434 articles)
0 comments
Share

Bambini nella guerra

“Soggiorni terapeutici di risanamento”. È precisamente questa la designazione con cui è stata indicata una nobile iniziativa che, come le lettrici e i lettori meno giovani ricorderanno, ha preso corpo fin dai mesi successivi alla catastrofe nucleare della Centrale di Chernobyl (26 aprile 1986): offrire ai bambini di quell’area un periodo di vacanza e di cure in Italia, contando sia sulle nostre strutture sanitarie sia sul fatto che la maggiore distanza dall’epicentro della catastrofe, unita ai vantaggi del clima e ai pregi della dieta mediterranea, abbattesse il livello medio degli isotopi radioattivi nel sangue delle persone contaminate. Nel corso del tempo, questo progetto ha visto confluire in Italia, per queste speciali vacanze, più di 650.000 minori, per lo più ucraini, ma a volte anche bielorussi, spesso di condizioni disagiate, o provenienti da case famiglia e da orfanotrofi. Un simile incontro fra i popoli ha generato naturalmente solide reti affettive e legami personali di grande intensità, e il fenomeno ha trovato un suo riflesso anche nella narrativa: oltre al delicato romanzo per ragazzi Quelle in cielo non erano stelle. Storia di un’amicizia ai tempi di Chernobyl di Nicoletta Bortolotti (Mondadori 2021), si segnala qui in particolare Kolja. Una storia familiare di Giulia Corsalini (Nottetempo 2020), che apre fra l’altro una finestra su quelli che sono stati i prodromi delle drammatiche vicende belliche seguite da tutti noi in questi giorni con il fiato sospeso.

Giulia Corsalini, insegnante e autrice di saggi di critica letteraria, ha esordito con il romanzo La lettrice di Čechov (2018), che ha per protagonista un’immigrata ucraina e ha ottenuto diversi riconoscimenti, fra cui il Premio Mondello. In Kolja. Una storia familiare, il protagonista maschile, Marcello, che funge anche da voce narrante, dopo il fallimento della propria vita sentimentale e la separazione da Natalia, vive rifugiandosi nei suoi studi virgiliani legati alla professione di ricercatore universitario. L’inatteso arrivo, per Vacanze di risanamento (così s’intitola la prima parte del romanzo), di tre bambini da un orfanotrofio dell’Ucraina, fa “rifluire la vita”, favorendo anche un riavvicinamento di Marcello alla ex-moglie. Sarà il più piccolo di loro, Kolja, malato di oligofrenia e particolarmente malinconico, a fargli scoprire la tenerezza dell’infanzia e della paternità. Ma improvvisamente, nel 2014, tre anni dopo il primo intenso incontro, scoppia in Ucraina la crisi con la Russia per le questioni della Crimea e del Donbass. Rientrati laggiù, i tre bambini non ne ritornano più: ora sono Bambini nella guerra (questo il titolo della seconda parte del romanzo). Faticosamente si riesce a recuperare qualche notizia, ma non di tutti: di Kolja si perde per esempio ogni traccia e si teme addirittura che possa essere morto.

Marcello torna col pensiero alla fuga di Enea da Troia con Ascanio per mano (una fortunata immagine di cui mi sono già occupata su la fonte dello scorso aprile): “È quel bambino che si salva avvinghiato alla mano del padre che ora mi interpella; penso a quelle sue esili gambette bianche che si affannano a seguire l’uomo in fuga – che però è suo padre e dunque non lo lascia” (p. 163). Di Kolja, Marcello non è propriamente il padre: il piccolo Kolja un padre non ce l’ha. Ma l’amore è una forza travolgente e così Marcello e Natalia affrontano un difficile viaggio nella travagliata terra ucraina, fino a che non riescono a ritrovare quella fragile creatura e a portarla in salvo insieme alle altre due bambine.

Una storia di fuga dalla povertà e dalla guerra che si iscrive dunque anche nella letteratura di migrazione e che, se risultava di sconvolgente attualità prima del tragico aggravarsi del conflitto, tanto più lo è in questi giorni in cui quotidianamente assistiamo a lunghe e pericolose fughe di profughi, e veniamo a conoscenza delle loro sconvolgenti vicissitudini, soffrendo in particolare per il rinnovato dramma dell’infanzia ferita. Muovendo proprio da quell’antico archetipo virgiliano di Enea con il figlio – non a caso il romanzo presenta in epigrafe un verso dell’Eneide (II 724: …sequiturque patrem non passibus aequibus: “e segue il padre con passi disuguali”) –, il titolo della terza e conclusiva parte della storia è formulato come una domanda che, seppure su un piano metaforico e simbolico, finisce per interpellarci tutti: E tu sei suo padre?

laFonteTV

laFonteTV