Bellico non è bello
4 Settembre 2014
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Bellico non è bello

Ma la vera etimologia deve essere ricercata in un’altra voce latina, duellum, “duello”, indicante la discordia fra due popoli: duellum → bellum (analogamente, per alterazione, da duis è derivato bis). Poiché però bellum creava confusione con l’aggettivo bellus, “bello, grazioso”, di significato completamente diverso, in quanto diminutivo di bonus, “buono” (bonus → benulus → bellus), l’italiano, come le altre lingue romanze, preferì sostituirlo con la parola medievale germanica werra, che indicava la zuffa, la mischia, in contrapposizione alla guerra ordinata (bellum) di schiere contro schiere, secondo l’ordinamento tipico dei Romani. Da bellum sono poi derivate le voci dotte “bellico”, “bellicoso”, “belligeranza” e “belligerante”.

Proprio sull’accostamento di bellum e bello, così simili nel suono ma opposti nel significato, gioca una frase, divenuta celebre, di Isidoro di Siviglia, dottore della Chiesa e santo, morto nel 636 d.C.: bellum quod res bella non sit, “[la guerra si chiama] bellum perché non è una cosa bella”. La citazione è tratta dal suo capolavoro le Etimologie (18, 1, 9), che racchiude in venti libri tutto lo scibile del tempo, prendendo come spunto le etimologie dei vari termini. E poiché la si può considerare come una sorta di prima enciclopedia, nel 2002, Giovanni Paolo II ha preso l’iniziativa di insignire Isidoro del titolo di patrono di Internet e di chi ci lavora.

Quanto sia ancora valida, nella semplicità della sua formulazione, questa fantasiosa paraetimologia di Isidoro di Siviglia, involontariamente trasformatasi in un frammento di saggezza, lo dimostrano non solo i numerosi conflitti in corso in questi giorni in più punti dello scacchiere mondiale, ma anche un classico della letteratura sulla Grande guerra, da leggere (o rileggere) nel ricorrere dei cento anni dal suo inizio: Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. È la storia, autobiografica, di un soldato tedesco durante la Prima guerra mondiale, che per certi versi sembra ricordare l’equivoco accostamento bellum-bello: arruolatosi volontario insieme ad alcuni suoi compagni di classe, nella convinzione di vivere una “bella” avventura, il protagonista scopre invece nell’orrore delle trincee che la guerra “non è una cosa bella”, come gli avevano insegnato a scuola facendo leva sulla retorica della patria e dell’onore: “Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo, l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla”.

Filomena Giannotti

Le armi uccidono

È una sciagurata decisione contro la legge e contro la ragione quella presa dal governo e dal parlamento italiano di inviare altre armi in un’area del mondo dove di armi ce ne sono troppe e dove le guerre e le stragi non finiranno mai finché si continuerà ad alimentarle così. In Medioriente, come ovunque, occorrerebbe invece mandare delle forze di polizia internazionale dell’Onu che passassero di casa in casa (e di caserma in caserma) e che sequestrassero e distruggessero tutte le armi che trovassero, tutte. Questo occorre fare: il disarmo è la prima e più urgente necessità dell’umanità intera. Le armi uccidono gli esseri umani, e l’uccisione degli esseri umani è il più disumano dei crimini; ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignità, alla solidarietà.

Solo il disarmo ferma le guerre. Solo il disarmo salva le vite.

Peppe Sini,

nbawac@tin.it,

“Centro di ricerca per la pace e i diritti umani”

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