Benedetti per benedire
5 Ottobre 2020
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Benedetti per benedire

“Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo” (Ef 1,3).

La Lettera agli Efesini, con Colossesi e Filemone, appartiene alle cosiddette “lettere della prigionia” per via della menzione delle catene che Paolo è costretto a subire per amore del Vangelo. Leggendola ci si accorge che essa si discosta dalle altre lettere paoline sia a livello contenutistico che formale e anche per l’assenza di riferimenti espliciti a situazioni o persone concrete. Si avverte inoltre nella Lettera un clima teologico cambiato che ci porta ad attribuirla non a Paolo, ma a qualcuno che ha preso parte attivamente a quel processo dinamico – portato avanti dai suoi discepoli e collaboratori nella missione – che chiamiamo “tradizione paolina”, realtà che raccoglie tutto l’insegnamento teologico, cristologico, ecclesiologico e antropologico dell’Apostolo, ma lo rilegge, interpreta ed attualizza in situazioni e contesti mutati rispetto a quelli della prima evangelizzazione paolina.

Indirizzata a una o più comunità dell’Asia Minore che, a motivo della faticosa compresenza di influssi culturali diversi, rischiavano deviazioni in ambito cristologico ed ecclesiologico, la Lettera si caratterizza per uno stile fortemente liturgico e catechetico che ne fa un trattato teologico con cornice epistolare. Pur esponendo alcuni temi presenti nelle lettere autoriali di Paolo, la Lettera manifesta tutta la sua originalità: la Chiesa, ad esempio, non è più la comunità locale, ma un corpo di cui Cristo è il capo; di Cristo si sottolinea non più la morte di croce, ma il suo essere pantocratore grazie alla sua risurrezione; l’ escatologia la si considera già realizzata nella vita dei credenti.

L’autore tenta una grande sintesi teologica tutta incentrata su Cristo e sul suo ruolo salvifico universale e per spiegare la novità cristiana dell’essere “in Cristo” intona una benedizione, riallacciandosi alla tradizione delle berakot (preghiere di benedizione) molto diffuse nell’ebraismo. All’inizio della Lettera, il lettore è invitato ad unirsi alla comunità orante che benedice Dio e riconosce in lui la sorgente di ogni benedizione. La benedizione è la celebrazione di un evento decisivo, di un fatto che ha cambiato i connotati alla storia: la redenzione operata da Cristo. Il Padre è l’architetto e l’ingegnere che ha progettato un piano di salvezza (vv. 3-6) e lo ha dispiegato nella storia (vv. 7-10). Colui che lo ha permesso è Cristo che ha trasformato la vita dei credenti stabilendoli, per mezzo dello Spirito, in una realtà del tutto nuova di uditori di una parola che salva e di eredi dei doni divini (vv. 11-14).

La comunità si sperimenta destinataria di innumerevoli beni che non vengono dalla terra ma dall’alto. L’inno di Ef 3,1-14, infatti, chiama in causa tutta la Trinità. Il Dio che fa conoscere la sua volontà salvifica non è solitario, ma è pienezza di relazione. E così il primo riflettore si accende sul Padre: sorgente di una benedizione dopo l’altra, associandoci al Figlio, ci ha scelti da sempre e ci ha destinati alla santità che è la vita nel segno dell’amore, un vivere non più da orfani in balìa di passioni carnali o di qualsiasi vento di dottrina, ma da “concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19). Il secondo riflettore illumina il ruolo del Figlio in cui abita la pienezza della grazia che si è manifestata nella vita dei credenti come riscatto, perdono e adozione filiale e che vuole manifestarsi ancora come signoria cosmica. L’ultimo riflettore rende nota l’azione dello Spirito Santo che è detto “caparra della nostra eredità” (Ef 1,14) e che nel battesimo appone a quanti hanno accolto il Vangelo di Cristo il sigillo della loro appartenenza a Dio. L’autore della Lettera ci invita così ad osservare la storia non più dalla fessura stretta e buia del chronos ma dalla prospettiva ampia e ossigenata del cielo, dalla prospettiva di Dio, della pienezza della relazione trinitaria che sa fare di più popoli (ad esempio giudei e pagani) un popolo solo (cf. Ef 2,14).

Guardare la storia dalla prospettiva di Dio è sviluppare una vista acuta capace di vedere i semi dell’amore di Dio che germogliano in tanti terreni accoglienti e un udito fine che, anche quando gli altri maledicono, fa sentire chiara e netta la benedizione che il Padre rivolge alla vita di ogni suo figlio e di ogni sua figlia. Nati dalla benedizione siamo fatti tutti per benedire il Padre, i nostri fratelli in umanità, le nostre radici, le nostre terre, il nostro pianeta, la storia, e persino chi ci maledice perché torni ad essere fratello.☺                                                                                  

 

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