Biodistretti: possono rilanciare l’economia come accadde negli anni ’70
13 Novembre 2017
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Biodistretti: possono rilanciare l’economia come accadde negli anni ’70

I biodistretti per uscire dalla crisi

In questi nostri anni ipotecati dalla confusione, dallo scetticismo e dalla decadenza della Politica i distretti biologici possono essere una possibilità, una risposta creativa e progettuale alle diverse facce della crisi, una opportunità che può aiutare la crescita di una nuova idea dell’economia, della cultura politica e della partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica.

Oggi come negli anni ’70

Per alcuni versi la situazione attuale ricorda quella dei primi anni ‘70, allora come oggi eravamo in presenza di una grande crisi economica internazionale e allora come oggi eravamo entro un momento storico di grandi cambiamenti. Diversamente da allora la speranza in un futuro migliore oggi è di molto, ma molto minore. Furono gli anni nei quali l’Italia ha inventato la piccola impresa avanzata e nei quali si ebbe la fioritura dei distretti industriali che furono un vero laboratorio di esperienza economica, sociale e culturale, uno strumento straordinario di trasformazione dell’economia italiana che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, continua ad esercitare un’influenza positiva sul nostro tessuto industriale. Furono anni nei quali la Federazione dei lavoratori metalmeccanici inventò la strategia dei consigli di zona, con la quale l’FLM dava sostanza istituzionale alla straordinaria vitalità operaia del ‘69 e poneva la decisiva questione del governo del territorio, della socializzazione dei contenuti più avanzati delle lotte operaie, l’urgenza di una alternativa e il protagonismo degli operai e dei cittadini. Sono passati quasi cinquanta anni da quella stagione, il mondo, i luoghi della produzione e le società sono radicalmente mutati, eppure alcune di quelle urgenze fondamentali sono ancora lì: la drammatica emergenza di una crisi economica che è giusto considerare “strutturale” e la necessità di una nuova qualità della presenza sociale che vada oltre le forme della democrazia rappresentativa. I distretti biologici possono riprendere quel filo rosso dei primi anni ’70 ed essere una delle chiavi per affrontare i temi di questa nostra epoca.

Riconversione dei territori

I biodistretti hanno avuto una lunga incubazione; merito dell’Aiab (associazione italiana agricoltori biologici) è stato quello di aver intuito, ormai da più di un decennio, l’esigenza di un salto di qualità sul terreno dello sviluppo rurale, sulla necessità di collegare la riconversione delle aziende alla riconversione dei territori e sul coinvolgimento dei diversi attori pubblici e privati del territorio. Così l’Aiab, anche sulla base dell’esperienza e delle caratteristiche del primo biodistretto 2009, quello del Cilento, definiva questa strategia: “un biodistretto è un’area geografica dove agricoltori, cittadini, operatori turistici e pubblica amministrazione stringono un accordo con la gestione sostenibile delle risorse locali partendo dal modello di produzione e di consumo”. Il “biologico”, quindi, non come riserva delle buone intenzioni, o come angolo di consumatori privilegiati, ma come leva per aprire un varco nel più generale modello di produzione e di consumo. Il “biologico” non come nicchia pulita di un territorio degradato, ma come strumento per tutelare l’integrità ambientale del territorio e la sua biodiversità. Il biodistretto come luogo nel quale le virtù della nostra storia culturale, dei nostri prodotti tipici e delle nostre bellezze naturali possono diventare un grande capitale sociale, risorsa economica e promozione per i territori . Il “ biologico” non proprietà di una élite culturale e sociale, ma innervato e nutrito dal protagonismo delle comunità locali e da una progettualità partecipata. In questo senso il biodistretto, più che un paradigma immobile, è un campo di sperimentazione che sfugge agli schemi e riflette la diversità, la ricchezza, i saperi e le contraddizioni dei territori, apre nuove frontiere e si nutre della democrazia diretta. Centri di ricerca e sostenibilità ambientale, innovazione tecnologica e agricoltura biologica, risparmio e diversificazione energetica, rifiuti zero e impatto ambientale delle industrie manifatturiere, agricoltura sociale e aree interne, bioarchitettura e organizzazione dei centri urbani sono idee, progetti che entrano di diritto nella fisiologia degli oltre 25 distretti biologici che nel corso di questi ultimi cinque anni si sono sviluppati in quasi tutto il territorio nazionale.

La rete internazionale dei biodistretti

Nello sviluppo di questa esperienza è fondamentale la rete internazionale che i biodistretti si sono dati già a partire dal 2013 con IN.N.E.R. (international network of Eco Regions), partner illustri sono sia Biovallee’ in Francia, leader nell’economia sociale e solidale con il 29% di agricoltura biologica, sia il biodistretto dell’Alta Austria totalmente Ogm free. Grande interesse si è avuto, anche, in alcune realtà dell’Africa e dei Balcani come il Senegal, la Tunisia e l’Albania, ma è evidente che l’Europa e le sue politiche nei diversi campi dello sviluppo, in primis l’agricoltura, è il campo fondamentale di questa sfida. Non è pensabile affrontare le cause dei cambiamenti climatici senza avere una strategia che abbia al centro anche l’agricoltura, basti pensare che nei primi 50/100 centimetri del suolo è intrappolata molta più anidride carbonica di quella già presente in tutta l’atmosfera e il degrado ambientale ne favorisce la liberazione nell’aria. Di questo degrado sono parte decisiva l’uso di fitofarmaci e fertilizzanti chimici di sintesi e solo in Italia se ne usano diverse decine di migliaia di tonnellate ogni anno. Né è ipotizzabile dare concretezza all’obiettivo della sovranità alimentare e all’affermazione che il cibo non dovrebbe essere una merce qualsiasi senza andare oltre le regole del commercio internazionale e senza una concertazione internazionale. Oggi più di ieri esplodono i punti critici della globalizzazione: diseguaglianza, collasso dell’ambiente, perdita d’identità delle comunità locali e svuotamento della democrazia. Qui, nel contrasto agli effetti perversi della globalizzazione, si potrebbe dare una connessione e una continuità dell’esperienza dei biodistretti con quei movimenti dei primi anni 2000 che contestarono la mondializzazione della finanza e dell’economia. Movimenti che furono tanto imponenti nelle mobilitazioni, quanto fragili negli insediamenti locali, tanto forti nella teoria, quanto deboli nel progetto e nei programmi concreti. E i biodistretti possono non solo essere eredi teorici di quella stagione politica, ma essere un valore aggiunto proprio perché possono riempire di programmi e concretezza la sfida alla globalizzazione.

Rilevanza della partecipazione

La forza dei biodistretti non sta solo nella dialettica originale fra idee generali ed esperienze concrete, fra teoria e buone pratiche, ma anche nella capacità di organizzare una rete, un collettivo che tiene insieme cittadini, produttori, soggetti economici pubblici e privati, centri di ricerca e università, sindaci, istituzioni regionali e nazionali, tutti fondamentali perché si possa avere un progetto e un riformismo “forte”. La partecipazione dei produttori e della società civile è condizione prima della esistenza stessa dei biodistretti, ma ha un valore essenziale il fatto che amministrazioni e consigli comunali siano protagonisti di queste esperienze, che regioni e Parlamento riconoscano il valore dei distretti biologici e, infine, che il mondo accademico e intellettuale dia il suo contributo nel campo fondamentale della ricerca e della innovazione. Che imprese come Alce Nero arino questo nostro stesso terreno o che Slow food tenga il suo congresso in Cina, sono solo esempi di un mondo economico, culturale e politico sociale che è in movimento e che ha raccolto le grandi sfide di questa nostra epoca.

Non voglio spandere facile ottimismo, ma le affermazioni dei leader cinesi in polemica con la strategia del nuovo presidente degli Stati Uniti Trump sugli accordi di Parigi è di grande significato e se i cinesi riuscissero a immaginare la nuova “via della seta” come una grande opportunità per pensare e fare un grande progetto sullo sviluppo sostenibile, questo sarebbe un grande contributo per “un mondo migliore”. Di esempi di grande significato se ne potrebbero citare diversi, da quello danese che pensa a un futuro solo di prodotti biologici a quello olandese che fra pochi anni vieterà la benzina e il diesel per i mezzi di locomozione. In realtà vi è una rete di esperienze, di storie virtuose che testimoniano quanto ampio sia il movimento nelle società, nella politica, nelle istituzioni e che, sotto la pressione della realtà, chiede un’altra idea, un’altra cultura dello sviluppo economico, dell’equilibrio uomo-natura e dell’organizzazione democratica delle nostre società e di tutto ciò, se la politica non fosse chiusa nel suo orto privato, ne avrebbe una qualche consapevolezza.

La questione ambientale

In queste ultime settimane, prima Veltroni e poi Rutelli, hanno delicatamente polemizzato con il Pd, perché nella sua cultura e nelle sue scelte ha cancellato la questione ambientale. Una polemica assolutamente fondata e non penso solo alla scandalosa posizione di Renzi sul referendum contro le trivelle. Così come è opportuno il rilievo di Rutelli quando sostiene che serie politiche ambientali rappresenterebbero molto, ma molto di più del famoso Jobs act sia per l’occupazione, sia per lo sviluppo del paese. Vi è però un punto di chiarezza che deve essere fatto: lo sviluppo sostenibile non è una scampagnata, un luogo neutro nel quale tutti appassionatamente si possono ritrovare. È vero il contrario: potrei organizzare una visita guidata al biodistretto della via Amerina e delle Forre (13 comuni della bassa Tuscia e dei Cimini) e mostrare quanti piccoli e grandi conflitti ogni scelta di cambiamento evoca: dal glifosato della Monsanto ai piccoli produttori che sequestrano l’acqua dei fossi; dalla monocultura della nocciola della Ferrero alla contaminazione sistematica delle acque, del suolo e dell’aria; dall’ industria delle cave al ciclo illegale dei rifiuti; dalla cementificazione del territorio allo smaltimento oscuro dei rifiuti delle aziende manifatturiere. No, non è un pranzo di gala, e anche per questo la partecipazione democratica dei cittadini, il ruolo delle istituzioni locali, il consenso dei contadini e dei produttori sono essenziali. I biodistretti possono essere non solo parte, ma interpreti e protagonisti di questi grandi cambiamenti, essi possono e debbono essere anticipatori di un mutamento di sistema, avanguardia di una nuova organizzazione economica, sociale e democratica, luogo di formazione di un nuovo senso comune e in primo luogo delle nuove generazioni. Da qui la centralità delle scuole, delle università, dei centri di ricerca, di quei saperi che nutrono la cultura e la civiltà delle nostre comunità.

Tornano utili in questo ragionamento le affermazioni di Lucio Magri che a proposito dell’idea della rivoluzione comunista di Gramsci, così scriveva: “la rivoluzione come processo storico di lunga durata, una lunga guerra di posizione attraverso cui si costruisce egemonia, si tessono relazioni politiche ed economiche, si conquistano casematte, si costituisce una nuova classe dirigente”.☺

 

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