Bregantini e il reddito
3 Giugno 2015
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Bregantini e il reddito

Giornali cartacei e digitali sono unanimi: Il vescovo Bregantini (ascoltato in Parlamento) ha bocciato il “reddito minimo” tacciandolo di assistenzialismo. La Stampa, RaiNews24, MoliseNews, il Manifesto sono concordi. Ma perfino nel suo Trentino Bregantini viene “letto” come nemico del reddito minimo (Trentino on line).

Per la verità, rispetto all’ intervento del vescovo di Campobasso, il presidente della Cei Bagnasco ha detto tutt’altro sul reddito di cittadinanza in Italia: “Guardo ad altri Paesi dove questa forma è presente, ad esempio nel Nord Europa, e da dove ho sentito raccontare che ci sono risultati positivi. Ho sentito in particolare del Nord Europa, in Paesi più ricchi e benestanti del nostro, dove non favorisce nessuna mentalità assistenzialista”. Non c’è dubbio che, a dir poco, la Cei non ha opinioni comuni (nemmeno) in materia di welfare e di reddito minimo.

Le parole di Bregantini comunque hanno destato stupore (e qualche critica pepata da il Manifesto), non tanto perché non rispecchierebbero il pensiero dei vescovi italiani, quanto perché non sembrano essere uscite dalla stessa bocca che nel 2009 diceva, negli incontri pubblici: “A difendere i poveri sono rimasti solo i vescovi e Bertinotti” (come ricorda perfettamente chi scrive, che gli fu accanto per due anni come collaboratore alla comunicazione).

Ma c’è di più. Nel deplorare che i soldi della cassa integrazione e di un eventuale reddito minimo finiscano per alimentare la pigrizia, il vescovo suggerisce che chi è “gratificato” di queste forme di sussidio dovrebbe comunque darsi da fare con lavoretti socialmente utili. Per esempio, egli dice, “curando il verde pubblico” e cose simili. E a questo punto ti domandi: ma con la disoccupazione che c’è in giro, vuoi togliere ancora posti di lavoro? E siccome è vastissima la platea della disoccupazione intellettuale, quali “lavoretti” daremmo ai dottori in legge, agli architetti, ai comunicatori sociali inoccupati?

La posizione del vescovo di Campobasso appare perciò debole, soprattutto se confrontata con quello che veramente è il reddito minimo garantito o reddito di cittadinanza (quello che anche il consigliere regionale Petraroia, se non sbaglio, propugna). Mi limito a trascrivere un passo da un testo documentatissimo (Contro la miseria, di G. Perazzoli, Laterza): “In Italia non pensiamo che un diciottenne di famiglia medioborghese possa andare a vivere da solo grazie al welfare. Ma è questo che invece accade nell’altra Europa. Osservare questi strumenti di welfare non solo nei libri, ma anche direttamente all’opera nei paesi che li adottano, è davvero un’esperienza impressionante. Vista la potenza e l’estensione del welfare, di quello vero, ci si chiede subito perché non se ne sappia niente da noi. Per dirla senza perifrasi: in Italia non ci si rende conto della colossale importanza che ha il vero welfare”. Ecco, appunto, forse non sappiamo bene che cosa è quella strana cosa che però rifiutiamo. Ma l’Europa ce la raccomanda caldamente quella strana cosa che è il reddito minimo. E questa benedetta Europa non la puoi tirare in ballo solo quando devi riempire di miliardi le banche o tagliare la spesa pubblica. Infatti dal 1992 l’“Europa ci chiede”, come riportato testualmente dalla raccomandazione 92/441 Cee pubblicata sulla “Gazzetta Ufficiale”, “l’introduzione […] di un reddito minimo garantito, universale e illimitato”. E recentemente l’Europa è tornata ad alzare la voce: “Con la risoluzione del Parlamento europeo (2010) n. 2039 diventa prioritaria la lotta alle diseguaglianze sociali in particolare economiche e diventa fondamentale il reddito minimo incondizionato – cioè il reddito che prescinde dalla condizione di lavoro – e i paesi che ne sono privi (ndr. Italia) sono invitati ad introdurlo per perseguire fini di coesione, solidarietà sociale e pace; “per sottrarre ogni bambino, adulto e anziano alla povertà e garantire loro il diritto a una vita dignitosa” .

Ma l’Italia come risponde? Così: dieci milioni di italiani sono in condizione di povertà relativa, 20 milioni a rischio di esclusione sociale, il tasso di disoccupazione al 13% con punte al 50% tra i giovani, 3 milioni a rischio di inattività. Era una conseguenza inevitabile della crisi? No. Tito Boeri informa: “altri paesi che hanno conosciuto una crisi comparabile alla nostra riescono a subire una riduzione del reddito del 7% senza conoscere un incremento dei tassi di povertà”.

Dai vescovi, allora, ci aspetteremmo piuttosto veglie di preghiera perché il Parlamento degli inquisiti si decida ad ascoltare l’Europa affinché “ogni bambino, adulto e anziano” possa vivere dignitosamente. Oggi in Italia “pretendere” il reddito minimo garantito e incondizionato significa “preten- dere” che la politica torni a perseguire lo scopo per il quale fu inventata: governare la città dell’uomo per il bene di ogni uomo, anche se vive nella francescana “periferia esistenziale”.

Per coltivare le diseguaglianze, i potentati, i privilegi non c’è bisogno della politica. Basta la forza e lo “statesereni”. ☺