campano sui morti   di Domenico D’Adamo
28 Ottobre 2012
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campano sui morti di Domenico D’Adamo

 

Finalmente ci siamo, il terremoto, che in questi dieci anni ha segnato un po’ tutti, è solo un brutto ricordo, la vita ricomincia a scorrere, i ragazzi vanno a scuola, gli adulti lavorano, gli anziani, più temprati di prima, ritornano alle loro abitudini, il peggio è passato. Questo avremmo voluto scrivere sul nostro giornale. Da allora ci sono stati altri due terremoti che hanno messo in ginocchio intere regioni e, nonostante tutto ciò, l’Italia era e continua ad essere impreparata a far fronte ai tanti problemi che queste catastrofi producono. Nel Molise sono crollate le scuole mentre i bambini studiavano, in Emilia i capannoni dove gli operai lavoravano, in Abruzzo è toccato ai giovani universitari. Dal 1992 i politici, indaffarati ad occuparsi di leggi ad personam, non hanno avuto un attimo di tempo per proporre ed approvare una legge che si prefiggesse di affrontare e risolvere i problemi che in genere si verificano dopo ogni calamità, oltre che ad impedire ai politici e agli imprenditori di arricchirsi a scapito dei disastrati. Basti pensare che prima della tragedia di San Giuliano di Puglia, ci sono voluti quindici anni di inutili discussioni per stabilire quali fossero le zone a rischio sismico. Solo in seguito alla morte dei 27 bambini, in poco meno di tre mesi, i nostri governanti sono giunti, in preda al panico, alla classificazione sismica di tutto il territorio nazionale.

Fu solo negligenza? A sentire le intercettazioni telefoniche dei compari della cricca i quali sorridevano mentre l’Aquila crollava, sembrerebbe di no. Dalle nostre parti, un antico adagio recita: “sui morti ci campano i vivi”. Ora, a parte la naturale economia che si genera a seguito di questo evento, la morte, che resta pur sempre un fenomeno naturale, di frequente, per promuoverne la crescita, si ricorre a pratiche incentivanti – i conflitti bellici instaurati sul collaudato principio che meno siamo meglio stiamo ne sono un esempio eclatante – quando invece nulla possiamo fare per evitare, prevenire o almeno contenere fenomeni naturali devastanti, come quelli che ci hanno interessato, non tentiamo neanche di arginarli, tanto si sa che gli stessi diventeranno, per il popolo dei faccendieri, un’occasione di arricchimento. Anche se può sembrare cinico il metodo usato per trovare spiegazione alla mancata prevenzione dei problemi causati delle calamità naturali, pare questa sia l’unica strada percorribile. In realtà non vi è verità più vera di quella indicata dai nostri avi quando ci chiediamo: cosa è stato fatto nel nostro Paese perché i ragazzi non rischino ancora di morire sotto le macerie delle loro scuole? Dalle Alpi alle Piramidi assolutamente nulla, non una sola legge, non un solo investimento per mettere in sicurezza le scuole italiane di ogni ordine e grado.

Qualcuno potrebbe contestarci che in Molise è stato realizzato il Piano Scuola e che a San Giuliano è stata edificata la scuola più sicura al mondo, al costo di soli 13 milioni di euro per meno di cento bambini diciamo noi. Ma quante San Giuliano ci sono ancora in Italia e nel Molise? Quanti bambini continuano a rischiare? Veramente si pensa di aver risarcito quei bambini con queste schifezze: la scuola, la piscina, le fontane? O invece, chi ci governa pensa di farlo con quei quattro soldi promessi ai familiari delle vittime in campagna elettorale? Oggi quei bambini non sanno più che farsene di quei soldi; avrebbero voluto soltanto vivere e se ora non ci sono più è perché chi doveva proteggerli non lo ha fatto allora e non lo fa oggi. I conti tornano ancora una volta: “sui morti ci campano i vivi”.

È passato tanto tempo da quel giorno. Dieci anni sono veramente troppi per quei bambini che sono cresciuti nella provvisorietà, un’eternità per gli anziani che avrebbero dato la loro vita in cambio di una sola giornata trascorsa nella loro casa. Forse è il caso che qualcuno si decida e chieda scusa a chi ancora aspetta di tornare a vivere un’esi- stenza fatta di normalità. È vero, a San Giuliano di Puglia, tranne qualche famiglia, sono rientrati quasi tutti nelle loro nuove case. Hanno fatto fatica a riconoscere il loro paese ma meglio che nelle baracche ora ci stanno i “paisani”. Sono stati spesi quasi trecento milioni di euro per ricostruire edifici pubblici e abitazioni private, purtroppo ciò che manca è un’anima. Stanno nel loro paese ma è come se vivessero altrove; non ritrovano la loro storia in quel paese stravolto dalle idee folli di dare spettacolo piuttosto che conferire rispetto per la loro tragedia. Neanche la sconfitta li ha tenuti insieme; ognuno di loro invidia la tragedia altrui, il fardello portato dagli altri è sempre meno pesante del proprio. Chi oggi specula su quella vicenda per costruirsi un futuro politico avrebbe dovuto preoccuparsi di ricostruire una comunità fatta di cose semplici e di grandi valori, cose che non hanno prezzo e non si comprano con il danaro, non preoccuparsi solo di abitazioni fatte di interessi pesanti. Quello che  è accaduto a questa gente è veramente troppo ed anche in questo caso i conti tornano.

Nell’area di quello che chiamano cratere sismico solo un terzo dei terremotati veri è riuscito a risistemare la casa, gli altri, o sono emigrati o sono arrabbiati oppure sono morti; cosa ne è stato di quel miliardo e 200 milioni di euro speso per l’occasione? Quanti posti di lavoro sono stati creati con altri 600 milioni di euro destinati alla ripresa produttiva delle zone colpite dal terremoto e dall’alluvione? Con tutti questi soldi pompati nell’economia molisana, di quanto è cresciuto il PIL regionale e quanto è migliorata la qualità della vita dei nostri corregionali? Nel libro bianco di Iorio non ci sono risposte a queste domande ed anche in questo caso i conti tornano.☺

domenicodadamo@alice.it

 

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