Campo della parola
3 Marzo 2016
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Campo della parola

Con gli articoli dei mesi precedenti si è inteso dare un quadro della funzione, del ruolo, degli obiettivi e delle contraddizioni interne alla comunità terapeutica, sempre partendo dalla considerazione della ampia variabilità che esiste tra singole comunità e aree territoriali tanto differenti, come quelle che compongono il nostro Paese.

Vorrei oggi concentrare il mio intervento sulla questione, apparentemente poco attuale, della parola nell’economia generale del lavoro terapeutico di comunità; tale questione sembra essere centrale anche in relazione al più ampio contesto generale in cui siamo immersi. La tecnica e le formule standardizzate di intervento nel reale danno la misura della limitazione attuata a carico della parola, intesa come discorso che permette l’instaurazione del legame sociale e, dunque, la simbolizzazione e condivisione di quanto di più individuale esista (pensiamo alle emozioni, o alle cognizioni più evolute, che rimarrebbero fenomeni autistici e autoreferenziali se non esistesse lo sforzo della parola); l’esplosione del fenomeno social, la trama fitta di reti (network astratti) rischia di inaridire la potenza della parola, piuttosto che esaltarne le potenzialità. Questi fenomeni, complessi e non ancora ben analizzati da un punto di vista antropologico e sociologico, riducono la parola a strumento di comunicazione (nella migliore delle ipotesi!), eliminandone invece la natura creativa, la quale permette al soggetto di co-costruire una realtà condivisa ed entrare nel linguaggio, nel consesso umano.

Cosa ha a che vedere ciò con la comunità terapeutica? Al di là dell’ovvia osservazione della relazione indissolubile tra comunità e società, è facile intravvedere i germi della “malattia della parola” anche in quelle pretese forme di standardizzazione che animano il nostro lavoro: una su tutte, il ricorso totalizzante al farmaco, istanza salvifica e onnipotente, che spesso – e letteralmente – chiude il discorso. In tal senso, allora, la comunità terapeutica rischia di essere cassa di risonanza della ideologia egemone, riverberandone i temi e declinandoli secondo le proprie necessità di controllo e segmentazione sociale. La parola viene relegata al rango di inutile orpello, o interpretata come chiacchiera sterile o, paranoicamente, come arma pericolosa. Tutto ciò appare più evidente se si considerano le nuove emergenze patologiche ed il cosiddetto fenomeno borderline, nel quale è facile osservare la difficoltà di costruire un legame sociale ed un contesto simbolico condiviso proprio a causa del rapporto difficile con la parola, e della impossibile traduzione di istanze interiori, voragini emotive, in patrimonio comune, analizzabile e messo in discussione.

La tendenza degli operatori della salute mentale a far ricorso alle sirene della tecnica non è forse figlio di un immaginario influenzato dalla impossibilità del legame, della parola in quanto condivisione?

Non considerando in questa sede il complesso rapporto tra parola e nucleo non simbolizzabile interno al soggetto (questione che ci porterebbe lontano da quanto vado descrivendo, ma comunque pertinente), è possibile sostenere, e doveroso farlo, la centralità della parola in quanto vero e proprio elemento del lavoro terapeutico, quando incardinato all’interno di un campo teorico solido e nel quadro di una dimensione relazionale dinamica, che si va facendo proprio seguendo le trame della parola “piena”.

Alessandro Prezioso alessandroprezioso2@libero.it

 

Il San Giuseppe

Ogni anno, a Casacalenda, c’è una tradizione popolare: il San Giuseppe. Io ho conosciuto questa tradizione quando sono venuto in Comunità. Noi tutti siamo impegnati, da alcuni giorni, con la preparazione. Le specialità di questa festa sono i maccheroni con la mollica dolce, che io ho imparato a preparare con tanto miele e mosto cotto, e, un’altra prelibatezza, i cavciuni; invito voi tutti a venire a mangiare. Il 18 marzo, la sera, si preparano le pignatte, con dei legumi, che si mettono a cucinare vicino al fuoco. La sera vengono dei gruppi di persone che cantano le litanie di San Giuseppe. Dopo i canti, si gusta la “pezzente”, con tutti i legumi messi assieme. È una bellissima festa e mi auguro che si possa portare avanti. Queste tradizioni non devono sparire perché sono delle belle esperienze.

Nicola Spadaccini

 

La religione panteista

Essendo un fan del mitico Bruce Lee da moltissimi anni, dopo aver visto molti dei suoi film e aver letto libri che lo riguardano, sono venuto a conoscenza che egli era un panteista (sostenitore del panteismo). Dopo aver praticato arti marziali ho anche deciso di non rimanere legato solo alla confessione del Cristianesimo, al fine di ampliare la mia conoscenza di altre religioni, facendo ricerche, utilizzando varie fonti (internet ed enciclopedie). Da queste ricerche emerge che “panteismo” (dal greco Pàn, tutto e Theòs: Dio) è un termine coniato sul principio del secolo XVIII dal filosofo inglese J. Fay nella sua risposta al libro di J. Toland sul socianesimo. Il termine indica la “teoria metafisica e cosmologica che ritiene esservi una sostanza unica della quale le cose sono parti o manifestazioni o rappresentazioni soggettive dell’unico spirito. Tale sostanza unica è Dio e abbraccia ogni realtà; tutto è dunque Dio, donde il nome di panteismo“. Tenendo presente una ricerca condotta in internet, sul sito Wikipedia, ho anche appreso che il panteismo è una “visione del reale per cui ogni cosa passa attraverso un dio immanente per cui o l’universo o la natura equivalgono a Dio”.

Sono venuto anche a conoscenza, leggendo  Panteismo scritto dal professor Michael Levine,  che esso è definito “una concezione non ateistica della divinità” e che la concezione di Dio-Uno-tutto ha due versioni: 1) Cosmistica: Dio è nel tutto; 2) Acosmistica (termine di Hegel): tutto è in Dio. Per quanto riguarda il punto 1), “come nello stoicismo Dio impregna e pervade l’universo in ogni sua parte”. Invece con riferimento al punto 2), come per lo spinozismo ogni parte dell’universo rifluisce e si scioglie in Dio quale uno-tutto.

Ariano Greco

 

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