Caro m’è ‘l sonno
11 Aprile 2019
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Caro m’è ‘l sonno

Chi non conosce il detto “aprile dolce dormire”? Non è solo un famoso proverbio radicato nella saggezza popolare, ma trova conferma nella scienza. Mentre la natura esplode con i suoi colori, odori e sapori (lo stesso termine aprile viene dal latino aperio, “aprire, far sbocciare”: si veda l’articolo Pulvis et umbra uscito su la fonte di gennaio 2019), anche il nostro organismo si riattiva. I mesi più freddi sono passati, con l’ora legale le giornate si allungano, e questo aumento delle temperature e delle ore di luce sconvolge il nostro orologio biologico, detto anche ritmo circadiano. Per questo tutti dobbiamo fare i conti con sonnolenza e stanchezza, che, arrivata la sera, si trasformano in un piacevole sonno…

Come ci insegnano anche le fiabe, il sonno è in fondo uno stato di grazia, una sorta di sospensione della vita, durante il quale fatiche, frustrazioni e dolori vengono a poco a poco avvolti nelle tenebre e cancellati dall’animo. E non solo nel mese di aprile… Per la sua capacità di porre fine alle sofferenze umane, il sonno è considerato nient’altro che una morte temporanea e, a sua volta, la morte, un’estensione del sonno. Non a caso già nell’antica mitologia il sonno era immaginato come un dio abitante nei pressi dell’Ade, il regno dei morti, in una dimora dalle cui porte escono i sogni. Chiamato in greco Hýpnos, era inoltre rappresentato sempre insieme a Thánatos, “la morte”: due fratelli generati da Erebo e Notte, che a loro volta simboleggiano l’oltretomba e le tenebre.

Dello stretto rapporto che intercorre fra il sonno e la morte non mancano poi esempi nella letteratura greca e latina. Ma il passo più celebre è senza dubbio, molti secoli dopo, il monologo di Amleto (che si riporta nella traduzione di Eugenio Montale): “Morire,/ dormire… nulla più. E dirsi così/ con un sonno che noi mettiamo fine/ al crepacuore ed alle mille ingiurie/ naturali, retaggio della carne!/ Questa è la consunzione da invocare/ devotamente. Morire, dormire;/ dormire, sognar forse… Forse; e qui/ è l’incaglio: che sogni sopravvengano/ dopo che ci si strappa dal tumulto/ della vita mortale, ecco il riguardo/ che ci arresta e che induce la sciagura/ a durar tanto anch’essa”. Hýpnos si confonde con Thánatos anche per Shakespeare e per il suo principe di Danimarca, schiacciato fra l’idea di compiere un’azione eroica ma distruttiva e quella di sopportare le ingiustizie per tutta la vita. Come condizione gradita e invocata con piacere il sonno vanta poi numerose occorrenze nella letteratura italiana, fra le quali una quartina di Michelangelo Buonarroti: “Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso,/ mentre che ’l danno e la vergogna dura;/ non veder, non sentir m’è gran ventura;/ però non mi destar, deh, parla basso” (Rime 247). Un divertente aneddoto racconta l’origine di questi versi, legati a una scultura di Michelangelo, intitolata La Notte. Si tratta di una delle quattro allegorie delle Parti della Giornata e si trova sul sarcofago della tomba di Giuliano dei Medici nella Sagrestia Nuova in San Lorenzo a Firenze. Un fiorentino, di nome Giovanni di Carlo Strozzi, aveva dedicato una quartina celebrativa a questa statua, invitandola a svegliarsi. Michelangelo rispose con i versi sopra riportati e noti come “Risposta del Buonarroto”: immaginando che fosse la scultura stessa a pronunciarli, spiegava come, nei disordini politici che turbavano Firenze durante il governo di Cosimo I dei Medici, il sonno fosse il motivo della serenità della statua rispetto all’inquietudine delle altre. Proviamo a rileggerli alla luce dell’attuale situazione politica, e, oltre a trovarli ancora veri ed efficaci, non potremo fare a meno di pensare “Caro m’è ’l sonno…”☺

 

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