Casa dolce casa
12 Aprile 2022
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Casa dolce casa

La socialità, le relazioni, il senso di comunità, di affettività e di solidarietà sono stati tutti vittime della pandemia. Proprio per questo è necessaria una sorta di ricostruzione della società. Il Covid 19 ha ucciso, ma non ha distrutto le case, anzi le ha rese il luogo della sua osservanza e dentro quelle case è soffocato il senso di società, si sono rotte le relazioni, sono avvenute violenze.

Abbiamo vissuto emergenze su emergenze in un crescendo di sfiducia, rabbia e senso di impotenza che hanno trovato il peggior epilogo nello scoppio di una guerra a noi vicina per motivi geografici, storici, culturali e soprattutto economici. Segno che la guerra nei Balcani non ci ha insegnato nulla, quasi dimenticata.

Il senso di solidarietà ci spinge a fare tutto il possibile per alleviare il dolore e il lutto delle persone fuggite da un Paese sotto attacco, come è giusto che sia, ma che si possa fare differenza fra profughi e profughi è agghiacciante.

A Termoli si è attivato lo sportello per l’accoglienza seguendo le linee guida emanate dalla Prefettura e sono stati individuati 50 posti letto per ospitare altrettanti cittadini ucraini fuggiti dalla guerra, oltre all’invio di beni di prima necessità attraverso il canale del consolidato gemellaggio con la città polacca di Chorzow. Encomiabile sensibilità che sottolinea, però, le differenze con cui ci si rapporta con i profughi. Se le persone, le famiglie scappano dalla guerra hanno diritto all’accoglienza indipendentemente dalla provenienza geografica e dal colore della pelle perché la vita è sacra, la vita di chiunque. Eppure se per alcuni si costruiscono muri, per altri si aprono le porte.

All’orizzonte, però, comincia a prendere forma una nuova situazione di disagio e sofferenza. Con la fine dell’emergenza dettata dal diffondersi del Covid-19 finirà anche l’accoglienza per le persone più vulnerabili che non hanno una casa, non hanno reddito, hanno perso i legami con la famiglia e spesso portano con sé un vissuto difficile se non traumatico. Che ne sarà di loro? Molti di loro sono cittadini italiani: quale Stato deve farsi carico della loro condizione? Bisognerà aspettare che stendano di nuovo i loro cartoni in luoghi riparati ma aperti perché tornino ad essere visibili?

È evidente, quindi, che ci sia un motivo di fondo: da un lato si trova il modo di ospitare stranieri in situazione di difficoltà e dall’altro non si riesce a fare lo stesso per tanti cittadini italiani che pure vivono una condizione a dir poco difficile. La prima risposta che ho trovato, la più cinica, è che per gli stranieri che hanno diritto all’accoglienza ci sono a disposizione i fondi ministeriali, per gli italiani no, tranne che nelle condizioni particolari quali quelle create dalla pandemia o in progetti ad hoc i quali, per loro stessa natura, mancano della caratteristica fondamentale della continuità e quindi non riescono a placare il timore del domani.

La stessa preoccupazione vissuta dagli stranieri accolti nel sistema SAI i quali vivono con la data di scadenza stampata sul patto d’accoglienza. E se non riesco a trovare una casa per la mia famiglia? Chi è disposto ad affittare casa ad uno straniero con un lavoro precario?

Se vogliamo trarre almeno un insegnamento da tutto quello che abbiamo vissuto in questi ultimi anni occorre che si comprenda l’importanza di mettere insieme tutte le capacità ed energie per creare percorsi di accoglienza che diano una risposta organizzata e continuativa a tutti coloro che si trovano in difficoltà. In questa ottica gli enti pubblici e gli enti privati dovrebbero entrare in una collaborazione virtuosa per competenze e conoscenze.  ☺

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