Cesare e dio
4 Dicembre 2020
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Cesare e dio

“Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (Mt 22,21). Tra le frasi ad effetto pronunciate da Gesù non ce n’è forse una più fraintesa di questa, a causa dell’uso che ne è stato fatto lungo la storia. Ce ne sono due di queste interpretazioni “sbagliate”: una più moderna e laica e una più classica, medievale. L’interpretazione moderna scaturisce dall’ Illuminismo, quando nasce l’idea della totale separazione tra sfera secolare e sfera spirituale: il mondo non è governato per diritto divino, ma per volontà del popolo; che ci sia un re o meno, è sempre l’uomo che gestisce e regola le istituzioni umane e il sentimento religioso non appartiene alla sfera sociale ma a quella privata. Oggi ci sono due paesi importanti dove questo è statuito per legge: la Francia e, cosa strana, gli Stati Uniti, visto il continuo richiamo a Dio fatto a sproposito dai suoi politici.

Particolarmente in Francia tale separazione pende a favore dello stato che incarna e difende come valore assoluto la libertà. È ciò che drammaticamente ci hanno ricordato fino a pochi giorni fa le vicende legate alle famigerate vignette sul profeta Maometto: ma può la pretesa difesa della libertà di espressione permettere di offendere i simboli religiosi che appartengono alla sfera intima della persona e quindi alla libertà dell’altro? Non equivale ad offendere gli intimi affetti dell’altro? È ovvio che non si giustifica la reazione spropositata di chi va in giro a tagliare teste ma si può giustificare l’offesa dei sentimenti con la libertà? Forse bisogna uscire dalla fase adolescenziale del pensiero moderno che reagisce in modo dissacrante verso quei simboli che nel passato europeo erano usati per opprimere gli uomini. Molto probabilmente, infatti, la difesa della libertà di bestemmia è la reazione psicologica al dominio religioso del passato sulle strutture sociali, quando cioè si affermava di governare come unti dal Signore.

E qui veniamo all’altra interpretazione errata della frase di Gesù. Dare a Dio ciò che è di Dio significava infatti anche riconoscere il ruolo di Cesare che, come dicono la Lettera ai Romani e la Prima Lettera di Pietro è un’autorità voluta da Dio per garantire l’ordine sociale. Nel Medioevo c’erano due varianti della teoria: quella difesa ad esempio da Dante che parlava dei due Soli, in quanto il re e il papa derivavano entrambi da Dio la loro autorità; quella invece difesa (ovviamente) dai papi stessi come Bonifacio VIII che considerava l’autorità di Cesare data da Dio attraverso il papa. Ma la sostanza era identica ed era fondata proprio sull’affermazione di Gesù sulla divisione dei due ambiti: quello politico soggetto all’ imperatore (e per alcuni anche al papa) e quello religioso soggetto solo al papa. Ma già ai tempi dell’impero romano cristianizzato l’imperatore era visto come il vicario di Cristo in terra e Gesù stesso era considerato, in quanto incarnazione di Dio, il supremo legislatore dell’umanità. Ogni sua frase insomma era legge e fondava le altre leggi umane, promulgate dall’imperatore. In realtà tutte queste interpretazioni nascono proprio dal cattivo uso che si è fatto del vangelo e della bibbia in genere considerati il fondamento diretto della legislazione civile umana (e non poteva essere altrimenti in epoche in cui la religione era il fondamento ultimo delle istituzioni politiche) e per di più dalla cattiva lettura che si è fatta del brano in questione.

Partiamo proprio da quest’ultima affermazione: cosa intendeva dire in realtà Gesù con questa frase? Nel chiedere ai suoi interlocutori di chi era l’immagine impressa sulla moneta vuol far capire loro che avendo nelle loro borse il denaro che ha l’immagine di Cesare, essi si sono ormai compromessi con il sistema imperiale e quindi devono per forza rendere a Cesare ciò che è suo, perché il denaro non nasce sugli alberi ma è immesso nel circuito sociale dall’autorità politica. Per non dare il denaro a Cesare bisogna insomma non avere denaro, rinunciare al suo possesso. Invece rendere a Dio ciò che è di Dio significa consegnare tutto se stessi a Colui di cui siamo immagine. Non dunque la divisione di sfere di potere tra imperatore e papa ma unificazione di tutte le nostre scelte fondandole sul Vangelo.

Tornando all’attualità: non offendo i simboli religiosi per amore dell’uomo che crede in quei simboli, non tanto per i simboli in sé; come anche: devo indossare la mascherina ed evitare i contatti sociali non per obbedire allo Stato ma per salvaguardare la salute dell’uomo. Viceversa affermare la propria libertà non consiste nel ribellarsi a una disposizione dello Stato né consiste nel diritto ad offendere la fede altrui ma avere profondo rispetto di chi crede come di chi non crede. La civiltà vera è avere a cuore l’altro che è immagine di Dio (per chi crede) ed ha un valore assoluto, superiore alla mia libertà di dire e fare ciò che mi pare: è questo, forse, il senso autentico di ciò che ha detto Gesù.☺

 

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