Chi ci preferisce morte
6 Novembre 2021
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Chi ci preferisce morte

Parità di genere, obiettivo a parole condiviso da tutti, ma distante dall’essere centrato. Alle donne – l’altra metà del cielo – vengono dedicate giornate di festa, commemorazioni in ricordo delle troppe vittime di violenza, targhe, panchine e poltrone rosse utili a sensibilizzare l’opinione pubblica su un vuoto parzialmente colmato ma non sufficiente a disegnare un futuro diverso per chi vive in una prigione – la propria casa – con fine pena mai.

A livello delle politiche nazionali qualcosa si è mosso: nella Gazzetta Ufficiale del 20 luglio è stato pubblicato il DPCM 17 dicembre 2020 che istituisce e disciplina il reddito di libertà per le donne vittime di violenza. L’importo massimo è di 400 euro per 12 mensilità. Risorse finalizzate a contenere gli effetti economici derivanti dall’emergenza epidemiologica per le donne in condizione di maggiore vulnerabilità e a favorire, tramite l’indipendenza economica, percorsi di autonomia e di emancipazione delle vittime di violenza in condizione di povertà. Doppiamente vittime, quindi: spesso senza un’indipendenza economica, le donne vittime di violenza faticano ad uscire dai rapporti dove l’unico gesto spesso è uno schiaffo, dove il terrore è il sale di ogni pietanza, dove il silenzio è l’unica musica che si vorrebbe ascoltare.

Il reddito di libertà, che è cumulabile al reddito di cittadinanza o altri strumenti di sostegno ma ha un limite temporale stabilito in 12 mesi, è destinato alle donne vittime di violenza, sole o con figli minori, seguite dai centri antiviolenza riconosciuti dalle Regioni e dai servizi sociali nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza. È finalizzato a sostenere, in modo prioritario, le spese per assicurare l’autonomia abitativa e la riacquisizione dell’autonomia personale, il percorso scolastico e formativo dei figli minori. Serve a sostenere quell’autonomia economica indispensabile per spezzare le catene della violenza, la spirale della paura. Una spinta al coraggio per riprendere in mano il proprio destino.

Andare via, per cominciare a combattere altre guerre quotidiane però. Perché noi donne (e fortunatamente non tutte) siamo costrette a scegliere, da sempre. Viviamo perennemente ad un bivio. Quello – terribile – tra la vita e la morte nei rapporti d’amore malati e ossessivi. L’altro – assolutamente diverso e non paragonabile ma per chi lo vive ugualmente difficile da accettare – tra la realizzazione professionale e il ruolo di madre nella quotidianità di un’indipendenza economica che ancora oggi fatica a realizzarsi per molte.

Quel bivio è un gap, una difficoltà, una distanza che dobbiamo colmare attraverso politiche che finalmente concretizzino decenni di lotte, di proteste, di parole. Un dato su tutti: l’Istat ha certificato che sui 101mila posti di lavoro persi nel mese di dicembre 2020, sono 99mila le donne che sono finite disoccupate o inattive. La percentuale di donne che ha perso il lavoro nell’intero 2020 è stata doppia rispetto a quella degli uomini. Il Censis, fino all’inizio del 2020, ha rilevato che le donne rappresentano circa il 42% degli occupati complessivi del paese e il tasso di attività femminile si piazzava al 56% circa, contro il 75% degli uomini. Il 2020 ha solo fatto precipitare le cose.

Donne. Quelle che non si sfiorano nemmeno con un fiore ma che muoiono ogni giorno per mano di un uomo malato, possessivo e ossessivo, che non si rassegna e che afferma la propria infondata superiorità con la violenza fino ad infliggere la morte. Quelle che sono madri e basta perché non si può avere tutto dalla vita anche se hai inseguito con tanti sacrifici il tuo sogno, hai studiato notte e giorno e ora sei laureata. Quelle che vogliono riuscire nel proprio ambito professionale ma devi avere pazienza, il mondo va così, lo sai e aspetti il tuo turno (che non arriverà presto) mentre i colleghi – che magari hanno meno titoli – avranno sempre uno stipendio migliore e molte opportunità in più. Quelle che sono madri e professioniste, ma come fai a fare tutto, prenditi una pausa che significa licenziati che tanto non potrai mai aspirare a realizzarti e contemporaneamente essere una buona mamma. Ostacoli e stereotipi che rendono accidentato il percorso che dobbiamo compiere per affermarci nel lavoro, nella politica, nella quotidianità di una vita senza schiaffi e occhi pesti di lacrime e dolore.

E siamo noi, le donne, ad avere pagato il prezzo più alto sotto il profilo occupazionale nel periodo dell’emergenza pandemica. Siamo noi, le donne, costrette a compiere la scelta che è caduta quasi sempre sull’esclusività del ruolo di ‘regina del focolare’. Siamo noi, le donne, che quando lavoriamo – ed è già un mezzo miracolo – in busta paga troviamo meno rispetto ad un collega uomo a parità di incarico. Siamo noi, le donne, ad essere quasi sempre assenti da ruoli di leadership. Siamo noi, le donne, a dover sopportare violenze e inferni quotidiani perché non abbiamo altri mezzi di sostentamento che ci consentano di lasciare per sempre quell’uomo rabbioso che usa le mani per ‘dimostrare’ il suo amore che è solo possesso. Alle donne viene chiesto di pazientare se la retribuzione è diversa da quella del collega, di aspettare se la promozione non arriva, di stare zitta se quel rapporto non è amore ma solo violenza, di licenziarsi perché altrimenti non si è una buona madre, di non avere aspirazioni professionali perché tolgono tempo alla famiglia. Alle donne viene chiesto di rinunciare, anche alla vita.

Dai dati pubblicati dalla Polizia di Stato emerge che l’incidenza percentuale delle vittime di sesso femminile dei reati di violenza di genere è cresciuta dal 67,90% del 2016 ad oltre il 70% negli anni 2018-2019, con un’ulteriore recrudescenza durante la pandemia da Covid 19. Dal primo gennaio alla metà di settembre scorso (ultima rilevazione del Dipartimento di Pubblica Sicurezza) si sono registrati 206 omicidi. 86 le donne che hanno perso la vita, di queste 73 uccise in ambito familiare/affettivo. E di queste donne, 52 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.

Analizzando gli ultimi tre anni di carte processuali di donne che sono state uccise nell’ambito di relazioni domestiche dal compagno o dal proprio ex, si è scoperto che solo il 12% delle donne uccise aveva denunciato. Paura di quello che si vive in casa, di perdere i propri figli ma anche terrore di non avere altro, non riuscire a mantenere la propria famiglia. Una battaglia da condurre su tre piani, come hanno spiegato gli addetti ai lavori: la gestione della prevenzione, del reato e il sostegno delle vittime. Ed è su questo ultimo aspetto che la politica ha fatto ma deve fare molto di più: con il reddito di libertà ha cominciato a prendere consapevolezza che la rimozione delle condizioni economiche, sociali e culturali che rendono le donne vulnerabili è il primo passo per affrancarsi dalla violenza.

Ma non può bastare, la strada è ancora troppo lunga e piena di ostacoli. Gli stessi che contribuiscono ad armare la mano di chi ci preferisce morte.☺

 

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