Chiesa e mondo all’avvento del concilio
6 Giugno 2020
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Chiesa e mondo all’avvento del concilio

Ci si avvicina al sessantesimo anno dall’inizio del concilio Vaticano II. Alcuni ritengono che gli anni già trascorsi non siano molti nei tempi lunghi della recezione di un concilio così vasto e complesso come è stato il Vaticano II; ci permettono però di interrogarci su cosa ne è oggi di esso. Non sta a noi immaginare quale sarà la lettura delle generazioni future. Certo, per loro e per noi, non si potrà prescindere dal contesto in cui si è svolto; solo in quel contesto si possono cogliere le ragioni più profonde che ne sono state all’origine e ne hanno determinato gli sviluppi. Occorre chiederci dunque quali erano i problemi che caratterizzavano il mondo alla vigilia del concilio.
In un radiomessaggio Giovanni XXIII ne indicava alcuni, come una sorta di agenda che il concilio avrebbe affrontato: gli squilibri economici, le diseguaglianze sociali, il crescere della povertà, i problemi della famiglia, la diffusione dell’ateismo, i costumi, i diritti umani, la libertà, la pace. Proprio sulla pace il pontefice insisteva in modo particolare: “il concilio ecumenico sta per adunarsi a 17 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Per la prima volta nella storia i padri del concilio apparterranno, in realtà, a tutti i popoli e nazioni, e ciascuno recherà un contributo di intelligenza e di esperienza, a guarire e a sanare le cicatrici dei due conflitti che hanno profondamente mutato il volto di tutti i paesi”. Ecco, il punto di riferimento in cui contestualizzare storicamente il concilio mi sembra vada individuato proprio nel dopo “guerra mondiale”. Per tutti i partecipanti al concilio, cardinali, vescovi, teologi, l’esperienza della guerra era ancora una memoria viva. Non solo la guerra, ma anche tutto quello che l’aveva preceduta: la crisi economica alla fine degli anni venti, i regimi totalitari in Europa, la cultura del nazionalismo e della forza, il dramma della shoah. La guerra era stata il tragico fallimento di un intero mondo, uno spettro in cui si mescolavano responsabilità ancora vive e rapide rimozioni.
Dopo la guerra il mondo era davvero qualcosa di diverso e gli uomini, la società, le istituzioni non erano più le stesse. La guerra aveva rappresentato quel momento di cesura epocale, la separazione tra il prima e il dopo e aveva innescato quella crisi rilevata da Giovanni XXIII: in essa si mescolavano confusamente elementi di paura e di speranza. Nel 1948 l’istituzione dell’ONU apparve come un concreto segno di speranza. Ma la spartizione del mondo tra le due superpotenze, secondo gli accordi di Yalta, aveva posto le premesse e il rischio imminente di una riesplosione dei conflitti. Le intenzioni egemoniche che guidavano le due superpotenze erano state subito evidenti quando alla fine della guerra la Russia aveva proceduto a trasformare i paesi dell’Europa orientale in regimi sottomessi al suo stretto controllo. La divisione di Berlino, della Germania e dell’Europa davano il senso della precarietà della pace raggiunta, della tensione sempre pronta ad esplodere. Tra il 1948 e il 1949 c’era stata la crisi di Berlino con il blocco sovietico sulla città; nel 1950 la guerra in Corea aveva fatto balenare di nuovo lo scenario di una guerra globale, nel 1961 la costruzione del muro a Berlino, nel 1962, a poche settimane dall’inizio del concilio, proprio quando si parlava di distensione, sarebbe scoppiata la crisi dei missili a Cuba. A rendere più grave la percezione del rischio c’era la crescita tumultuosa, quantitativa e qualitativa – per capacità distruttiva – degli armamenti. La deterrenza nucleare aveva generato un sinistro equilibrio del terrore che per molti era ormai l’unica flebile garanzia di una qualche forma di pace.
Lo scontro non era solo di potenza economica e militare, ma era uno scontro ideologico che si proiettava pesantemente nella società e nella cultura dei singoli paesi. Motivi di speranza venivano semmai dal processo di decolonizzazione, ma non sempre quest’ultima si era realizzata pacificamente, basti pensare alla guerra in Algeria. Anche per i paesi che avevano raggiunto l’indipendenza in modo nonviolento, come l’India del Mahatma Gandhi, la decolonizzazione si era tradotta in una difficile sfida politica ed economica per i giovani nuovi Stati: alla sudditanza politica finiva per sostituirsi una dipendenza e sudditanza economica ancora più grave. Si parlava di “neo-colonialismo” e di “imperialismo” delle potenze che continuavano a sfruttare a basso costo le materie prime dei paesi del terzo mondo attraverso scambi commerciali iniqui. La guerra fredda in Europa diventava calda nei paesi del terzo mondo. Nei paesi occidentali, accanto ai pericoli, l’esperienza dello straordinario sviluppo economico – nato sulle macerie del conflitto e indotto dalla ricostruzione – si era accompagnata ad un tumultuoso processo di modernizzazione delle strutture produttive e amministrative provocando un radicale cambiamento negli stili di vita. L’emergere della società dei consumi era stato forse l’aspetto più impressionante. Tutto sembrava possibile e a portata di mano: uno sviluppo infinito e, secondo alcuni, era dietro l’angolo l’obiettivo della fine della povertà. Eppure il processo non avvenne senza scompensi e tensioni nella società. Non tutti vi avevano partecipato nella stessa misura; inoltre, si era fatta più grave e drammatica la realtà della miseria e della fame.
Cambiava anche un’intera cultura. La nuova umanità “nascente” da una tragedia aveva bisogno di nuove visioni sintetiche in grado di dare senso unitario ad uno scenario storico vasto e confuso. Parole che squarcino il velo su ciò che sta accadendo, perciò profetiche, in quanto manifestazione lampante del presente che dissolve tutti i nostri mascheramenti, denuda e quindi costringe a fare i conti con le paure che costruiamo perché incapaci di vivere veramente e di affrontare l’avventura che è in corso. Quella “generazione del concilio” consegnava al mondo degli anni sessanta e successivi una percezione profetica: “siamo testimoni della nascita di un nuovo umanesimo in cui l’uomo si definisce anzitutto per la responsabilità verso i suoi fratelli e verso la storia”. In una percezione comune avevano letto un “segno dei tempi”, una via da percorrere; ci siamo ben guardati dal percorrerla.☺

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