Combattere il cambiamento climatico
10 Marzo 2019
laFonteTV (1148 articles)
0 comments
Share

Combattere il cambiamento climatico

L’Obiettivo 13 invita i paesi a dotarsi di misure di protezione del clima nelle loro politiche nazionali e a prestarsi reciproca assistenza per rispondere alle sfide quando necessario. In particolare prevede di (13.1) Rafforzare la capacità di ripresa e di adattamento ai rischi legati al clima e ai disastri naturali. (13.2) Integrare le misure di cambiamento climatico nelle politiche, strategie e pianificazione nazionali. (13.3) Migliorare l’istruzione, la sensibilizzazione e la capacità umana e istituzionale per quanto riguarda la mitigazione del cambiamento climatico, l’adattamento, la riduzione dell’impatto e l’allerta tempestiva. In prima istanza (13.a) Rendere effettivo l’impegno assunto dai paesi sviluppati circa la mobilizzazione di 100 miliardi di dollari all’anno, provenienti da tutti i paesi aderenti all’impegno preso, da indirizzare ai bisogni dei paesi in via di sviluppo e rendere pienamente operativo il prima possibile il Fondo Verde per il Clima attraverso la sua capitalizzazione. (13.b) Promuovere meccanismi per aumentare la capacità effettiva di pianificazione e gestione di interventi inerenti al cambiamento climatico nei paesi meno sviluppati, nei piccoli stati insulari in via di sviluppo, con particolare attenzione a donne e giovani e alle comunità locali e marginali .

Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale il 2017 è stato uno degli anni più caldi mai registrati. La temperatura media nel quinquennio 2013-2017 è stata la più alta di sempre. L’innalzamento dei livelli dei mari, le condizioni meteorologiche estreme e l’aumento della concentrazione dei gas serra sono ostacoli da superare. Rispetto ai 175 Paesi che hanno ratificato l’Accordo di Parigi, 168 hanno comunicato all’ONU i primi contributi nazionali utili a contrastare i cambiamenti climatici. Occorre promuovere azioni a tutti i livelli perché il cambiamento climatico è una sfida chiave in materia di sviluppo sostenibile. Il riscaldamento del clima terrestre sta provocando cambiamenti nel sistema globale che minacciano la sopravvivenza di ampie fasce di popolazione nei paesi meno sviluppati, mentre le infrastrutture e alcuni settori economici sono vulnerabili ai rischi climatici, in particolare, nelle regioni sviluppate. I cambiamenti nei cicli delle precipitazioni e di temperatura stanno colpendo ecosistemi come le foreste, i terreni agricoli, le regioni di montagna e degli oceani, così come le piante, gli animali e le persone che vi abitano.

L’anidride carbonica globale (CO2) è aumentata di oltre il 50% tra il 1990 e il 2012. La sottoscrizione degli accordi di Parigi impegna i paesi alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica e di tutti i gas clima-alteranti. Oltre all’anidride carbonica (CO2), gas emesso in maggiori quantità, i principali che causano l’effetto serra sono gli idrofluorocarburi (HFC), i perfluorocarburi (PFC), gli esafluoruri di zolfo (SF6), il metano (CH4), il protossido di azoto (N2O) e il trifluoro di azoto (NF3). Nel 2014, a livello globale, le emissioni di anidride carbonica ammontavano a 32.381,04 milioni di tonnellate. I dati evidenziano un incremento del 40% rispetto al 2000. Quattro aree geografiche sono responsabili dei tre quarti delle emissioni mondiali: l’Asia Orientale e Sud-orientale (39,3%) e l’Europa e l’America Settentrionale (34,9%); l’Europa da sola contribuisce al 15% delle emissioni globali e l’Italia per meno dell’1%. Le emissioni per unità di Pil, pari a 0,32 a livello mondiale, registrano valori superiori alla media in Asia Orientale e Sud-orientale (0,41) e Oceania (0,34).

Uno degli indicatori utilizzati in ambito europeo si riferisce alle emissioni di tutti i gas serra espresse in unità di CO2 equivalenti, rapportate alla popolazione. Dal confronto tra i Paesi si osserva, per l’ultimo anno disponibile, un valore di emissioni di gas serra particolarmente elevato nel Lussemburgo, con 20,4 tonnellate pro capite; il paese con l’indice più basso è la Svezia (5,7 tonnellate pro capite). L’Italia, con un valore di 7,3 tonnellate pro capite, si posiziona al di sotto della media europea, pari a 8,8. Per quanto concerne il dettaglio delle attività produttive, sia per il totale dei Paesi membri sia per l’Italia, le emissioni sono state generate principalmente dalla “fornitura di elettricità, gas, vapore e aria condizionata” e dal settore manifatturiero nel suo complesso (rispettivamente 31,3% e 24% nella Ue e 28,3% e 30,1% per l’Italia). Contributi rilevanti derivano anche dal settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca, che incide per il 14,6% nel complesso della UE e per l’11,4% in Italia, e da quello dei trasporti (rispettivamente 13,6% e 14%). Pesano meno la fornitura d’acqua, le fognature e gestione dei rifiuti e attività di bonifica (4,9%) e il commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di autoveicoli e motocicli (2,8%).

I gas serra totali calcolati nel contesto della Convenzione UNFCCC ammontavano a 520 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nel 1990, crescono a 580 milioni nel 2004, quindi si riducono negli anni a 433 milioni nel 2015. Tra il 2014 ed il 2015 si registra un lieve incremento per tutti gli indicatori. ☺

 

 

laFonteTV

laFonteTV