Come nasce un paese
18 Maggio 2020
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Come nasce un paese

Le scaturigini di un villaggio o di un paese possono essere varie. Ma sempre esse fanno emergere una comunità e sempre sono il frutto congiunto di uomo e natura. Assieme alle vicende dei gruppi umani, sono le condizioni ambientali a guidare le forme e i modi di ogni insediamento.
Nel XVI secolo il vecchio “casale” di San Giacomo, compreso allora nella Provincia di Capitanata e posto sopra un colle che guardava il mare Adriatico e il tratturo l’Aquila-Foggia, divenne feudo della Mensa vescovile di Termoli. L’organizzazione cinquecentesca del villaggio è legata all’ insediamento in questa zona del Basso Molise di gruppi di popolazione slava (slavoni, schiavoni) che vi fabbricarono capanne e case “più di paglia che di pietra”, edificando la chiesa intitolata a San Giacomo al posto di una cappella già dedicata all’apostolo e organizzando il territorio rurale.
Ai primi del ‘500 la densità della popolazione era bassa e i terreni erano poco coltivati o abbandonati. Fu al tempo di Vincenzo Durante, vescovo di Termoli dal 1539 al 1565, che si ebbe una fase di sviluppo: in questo periodo il vescovo “permise che vi fissassero il loro domicilio, e vi edificassero case alcuni Uomini e Donne che poveri e meschini dalla Dalmazia erano approdati in questo lido dell’Adriatico mare”, come si evince dalle carte dell’archivio diocesano e dalle memorie dei vescovi di Termoli.
“A poco a poco – scriverà il vescovo Giannelli un paio di secoli più tardi – si è moltiplicata la Gente”, soprattutto per effetto di uno spostamento di famiglie dalle aree circostanti “che hanno giudicato poter vivere con più libertà sotto la giurisdizione del Vescovo, che sotto il governo de’ Baroni secolari”. Si sommavano dunque migrazioni a lungo e corto raggio, dando vita alla comunità locale, fortemente dipendente dall’ organizzazione feudale, ma strutturata anche al suo interno. Questa osmosi con le zone circostanti ha fatto sì che venisse sfumandosi, nel corso del tempo, l’originaria prevalenza slava in termini di lingua, tradizioni, costumi, ecc., che invece si è conservata nei vicini centri di Acquaviva Collecroce, di Montemitro e di San Felice del Molise.
La dimensione demografica restò comunque contenuta: nel 1686 il vescovo Savi registrava a San Giacomo soltanto 15 focularia e un solo sacerdote; gli abitanti registrati dalla Curia erano 125 nel 1693. Un processo di incremento demografico prese invece avvio sul finire del ‘600, portando gli abitanti di San Giacomo a 251 nel 1696 e a 480 nel 1753.
Dal punto di vista territoriale si trattava di una tenuta, o “difesa”, di circa 1200 versure (oltre 1400 ettari) delimitata da lapidi con l’effige della torre, che rappresentava l’arme di Termoli, e formata da una campagna salubre con buone disponibilità di acque sorgive e un terreno adatto sia ai seminativi che agli alberi da frutto, in particolare gli olivi e le viti: “…le vigne producono vino in abbondanza, che non si sperimenta nel territorio di Termoli, e gli alberi producono quantità di frutti ottimi nelle loro diverse specie” annotava il vescovo a metà ‘700. Le terre lavorative erano destinate al pascolo negli anni in cui erano lasciate a riposo e maggese in virtù della rotazione agraria adottata. Il suolo veniva lavorato con strumenti e attrezzi propri da contadini ‘coloni’ che pagavano canoni generalmente in natura. Il paesaggio agrario si caratterizzava, nel complesso, per una prevalenza del sistema a campi ed erba o a maggese, per una minima diffusione delle colture foraggere e una debole strutturazione dell’azienda contadina. Sempre intorno alla metà del XVIII secolo parte dei terreni del tenimento di San Giacomo erano orti, vignali e “giardini” piantati ad olivi “col comodo dell’acqua”, ma la maggior parte erano seminativi in cui si succedevano grano, orzo, fave, lino, “grano d’India”, cicerchie e altri legumi. Permaneva una discreta presenza di aree boschive (una salma di legna da parte di ogni fuoco spettava al vescovo per Natale). Tra il bestiame, oltre a quello da cortile (ad ogni Pasqua al vescovo era dovuta una gallina a famiglia “per antica ed immemorabile consuetudine”), si potevano annotare bovini, ovini e caprini ed in particolare maiali che venivano ricoverati in quattro “grotte”, ridotte a due nel corso del ‘700. A questi si aggiungevano le greggi transumanti che a maggio e settembre attraversavano il feudo. Al centro del territorio il riferimento materiale e simbolico dell’intera comunità di San Giacomo era rappresentato, più che dall’edificio sacro della chiesa, dal palazzo feudale vescovile, riedificato sotto il vescovo Michele Pitirri e poi ampliato nella seconda metà del ‘700. Intanto le capanne cinquecentesche di San Giacomo si erano gradualmente trasformate in case “di buona fabbrica” e alla metà del XVIII secolo vivevano nel feudo circa 650 persone, quasi tutti “rustici contadini” come scriveva il vescovo Giannelli nelle sue memorie (1766-1768).
Col crescere della popolazione, salita a circa 700 anime, le risorse interne al feudo non bastavano più, spingendo alcuni individui a lavorare su terreni delle zone circostanti e stimolando fenomeni di intensificazione produttiva e di diversificazione delle attività, con diverse donne che esercitavano la filatura e la tessitura. Sebbene in un contesto nettamente rurale, basato essenzialmente sul grano, l’orzo e un po’ di bestiame, non è del tutto assente, dunque, il tema della protoindustria che si sostanzia in attività di trasformazione di prodotti locali (mulini, frantoi…) o in impianti di servizio come ad esempio la neviera che si concedeva in affitto nelle pur “radissime volte” che nevica, oppure in altre strutture per la commercializzazione come il forno anch’ esso affittato per “lo pane venale”. Nella debole ma non sempre precaria economia del feudo le principali risorse ambientali sono oggetto di cura e di manutenzione: il suolo, i boschi, i pascoli, le strade… fino all’ approvvigionamento idrico con la fontana adiacente il canneto da dove proviene l’acqua utilizzata anche per l’irrigazione di alcune porzioni di terreno; tutto sembra delineare un processo di organizzazione territoriale e di costruzione del paese e del paesaggio come frutto dell’ incontro tra l’economia contadina e l’ organizzazione feudale impartita dai vescovi di Termoli.
I flussi migranti, la struttura agraria, così come le modalità di coltivazione e i rapporti produttivi non solo aiutano a comprendere meglio la realtà di questo feudo ecclesiastico e l’universo comunitario, ma aprono uno squarcio di luce sulle loro implicazioni ambientali: l’agricoltura, le acque, gli animali, i boschi, l’assetto idrogeologico del suolo, le forme della protoindustria… ci consentono di comprendere quanto sia necessario ridare valore alla natura e alla mobilità della popolazione come generatrici dell’insediamento umano. ☺

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