Compagno inseparabile?
17 Ottobre 2018
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Compagno inseparabile?

“Cosa facevamo prima, durante tutto quel tempo che oggi dedichiamo al nostro telefonino? Pensavamo di più? Sforzavamo la nostra memoria? Ripassavamo i nostri ricordi? E chi lo sa? Ormai abbiamo dimenticato come impiegavamo i minuti e forse le ore che adesso immoliamo in compagnia del nostro smartphone”.

L’ironia di Serena Dandini mette in evidenza un aspetto del nostro vivere al quale ci siamo ormai assuefatti: la moda del cellulare – che è di generazione sempre più avanzata – ha contagiato tutte le fasce di età. Consideriamo gli adolescenti, rientrati da poco tra i banchi di scuola: spesso non sono muniti dell’occorrente per seguire le lezioni ma in compenso fanno sfoggio dell’ultimo e più aggiornato modello di iPhone, da cui non riescono a separarsi. Ma non loro soltanto hanno sviluppato una forma di attaccamento a questo rivoluzionario mezzo; immaginate di allontanarvi da casa per qualche ora e di aver dimenticato il vostro cellulare: quanti sarebbero tranquilli, senza pensieri, noncuranti di quanto potrebbe accadere? E se qualcuno vi telefona e non rispondete, non sareste causa di inutile preoccupazione?

Eppure in passato, e parlo per la mia generazione, il cosiddetto ‘telefonino’ non esisteva: per le comunicazioni si usava il telefono fisso; se qualcuno ci cercava, telefonava in altro orario oppure lasciava un messaggio a chi rispondeva. Oggi la tecnologia ci ha resi sempre reperibili, raggiungibili in qualsiasi momento e luogo, con orario continuato: sembrano non esistere più le pause, i periodi di relax dagli impegni, il tempo libero dal lavoro. Ed anche la nostra vita ha cambiato il modo di organizzarsi: ad esempio se hai dimenticato qualcosa, il cellulare ti consente in un attimo di avvisare qualcuno e di fartela recapitare. Non c’è più alcun bisogno di pianificare, tutto può svolgersi in tempo reale – come ormai siamo abituati a dire e a pensare – ed il fantastico mezzo ci offre un valido aiuto. Inoltre “il telefono è diventato il nostro dj, la nostra macchina fotografica, la sveglia, il meteo, il calendario, il personal trainer, il dottore e la dietista, oltre a essere il filo che ci lega ad amori e persone care” (S. Dandini).

Cosa saremmo allora senza il nostro prezioso cellulare?

Gli esperti ci dicono che quando ne siamo sprovvisti e ci sentiamo smarriti o confusi potremmo essere affetti da nomofobia. Preciso che non ho scritto in modo errato: nomofobia è un termine ripreso nella nostra lingua dall’inglese nomophobia la cui pronuncia differisce dall’italiano perché l’ accento cade sulla terza sillaba (nomofòbia, appunto). Il vocabolo è formato dal suffisso phobia (fobia in italiano) preceduto da nomo, abbreviazione di no mobile [pronuncia: no mobail], con mobile [pronuncia: mobail], che in inglese indica il telefono cellulare.

Questo è il nome che i ricercatori britannici hanno dato alla sindrome caratterizzata dal terrore di non essere raggiungibili al cellulare, quando si prova paura a restare fuori dal contatto di rete mobile, con effetti fisici collaterali come mancanza di respiro, vertigini, tremori, sudorazione, battito cardiaco accelerato, dolore toracico, nausea. Si tratta di un disturbo che unisce sintomi fisici a reazioni psicologiche non sempre controllabili. Per le persone che ne sono affette il cellulare è la porta di accesso alle relazioni sociali ed assume valenze affettive che rientrano nel meccanismo di attesa e gratificazione perché assolve a funzioni che sostituiscono altre mancanze o bisogni. Le persone affette da nomofobia non si rendono conto però che la gratificazione per aver ricevuto un messaggio o una notifica su Facebook è solo transitoria e non può sostituire mancanze affettive.

Secondo Catherine Price, giornalista scientifica americana, autrice di una guida per smettere di usare il cellulare, l’attività compulsiva di consultare il telefonino non è solo tempo perso, da dedicare invece ad attività più interessanti, “ma è proprio una piccola droga quotidiana che disabilita il cervello e alla lunga inibisce la capacità di concentrazione, di approfondire i pensieri e creare nuovi ricordi”.

Dovremmo preoccuparci allora? O semplicemente attendere che la moda svanisca, perché tanto le mode sono passeggere?

Ognuno di noi può misurare il proprio grado di ‘dipendenza’ da questo mezzo e magari scegliere il modo migliore di rapportarvisi; il cellulare potrebbe assomigliare al caffè, che ci dà energia e la carica per “funzionare”, e ci convinciamo di non potere farne a meno. E se una mattina ci dimenticassimo di berlo? “Di sicuro all’ inizio ci sentiremmo stanchi e intontiti, ma dopo qualche giorno, improvvisamente, non ne avremmo più bisogno. Lo stesso vale per gli smartphone” (Leslie Landis).

Siamo noi che dobbiamo avere il controllo del telefonino, non viceversa. ☺

 

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