Complessità della fase politica
19 novembre 2018
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Complessità della fase politica

Mi è capitato in questi giorni di scambiare qualche battuta, non casualmente davanti alla banca di Montecitorio, con un noto economista anche lui parlamentare diversi anni fa; la riflessione era sul risparmio e sulle vie per tutelarlo. Al mio commento sui pericoli gravi del governo Salvini-Di Maio, l’economista ha replicato che in realtà la sua vera preoccupazione era l’euro e il destino dell’Europa. Per quanto la cosa possa apparire paradossale, a ben riflettere le cose stanno proprio così. Il punto di verità non è lontano, in primavera con le elezioni per il parlamento europeo potremmo rischiare di avere una sentenza di grande importanza. Se le cose dovessero andare male, se l’Unione Europea dovesse essere sepolta dai nuovi sovranismi, allora inizieranno i veri dolori. Ovviamente queste sofferenze saranno a carico dei popoli, perché le classi dirigenti europee che sono le uniche e vere responsabili di questo disastro europeo si saranno già messe al riparo dall’onda anomala che a quel punto precipiterà sui ceti medi e sulle classi sociali più disagiate della nostra Europa.

A chi dovesse pensare che con la lira svalutata potremmo finalmente iniziare una nuova età dell’oro, voglio ricordare due semplici questioni: sul terreno della competizione nei mercati internazionali la strategia dei “bassi costi” non porterebbe da nessuna parte per la ragione elementare che la partita con il mondo asiatico è strapersa; in secondo luogo, i nazionalismi vogliono anche dire muri commerciali e questo sarebbe un vero disastro per un’economia, come quella italiana, che molto deve all’esportazione.

Sarebbe anche lecito prendere nota di quei cialtroni che da ogni luogo quotidianamente ci raccontano le meraviglie per l’Italia, quando finalmente si dovesse tornare a stampare senza limiti carta moneta e riempire così le tasche e il conto in banca dei nostri cittadini. Dimenticano costoro che in un’economia aperta quei soldi diventerebbero rapidamente deficit commerciale e inflazione esponenziale, se poi oltre a stampare liberamente carta-moneta, questi signori volessero anche chiudere le frontiere, allora rapidamente l’Italia diverrebbe un’economia destinata alla marginalità e alla irrilevanza.

Ma il disastro non si ferma qui. L’ultima drammatica vicenda che ha riguardato il povero Cucchi è solo l’ultimo atto di un rosario lunghissimo che testimonia quanto inconsistente sia la nostra democrazia e quanto grande sia il marcio di istituzioni fondamentali dello Stato. A quei luminari che parlano e sparlano della solidità della nostra democrazia voglio ricordare: la povertà popolare del nostro risorgimento, l’invenzione tutta italiana del fascismo e la precarietà della nostra democrazia negli anni che seguirono la seconda guerra mondiale. In una fase di acuta crisi economica e sociale che seguirebbe inesorabilmente al collasso dell’Europa tornerebbero con forza a galleggiare pulsioni autoritarie e fasciste e già oggi se ne avverte lo sgradevole odore.

Europa a rischio?

Ma non finisce qui. La fine dell’Europa in realtà renderebbe felici due grandi della nostra epoca: Trump e Putin. Pensare però che questo significherebbe il ritorno alla “tran- quillità” del bel tempo andato, sarebbe solo una sciocca illusione. Il mondo è ormai multipolare e volerlo rinchiudere nella gabbia del bipolarismo è una velleità molto pericolosa, aumenterebbero inevitabilmente instabilità, conflitti e guerre di ogni genere. In questo senso la fine dell’Europa non è solo una privata tragedia dei cittadini europei, ma un problema per il mondo intero. L’Europa per forza culturale, per capacità economica, finanziaria e tecnologica, per gli insegnamenti dolorosi che le vengono dalla sua storia è l’unico vero grande soggetto politico mondiale che potrebbe garantire un vero, solido e democratico multilateralismo. D’altronde questa è stata l’idea, forse l’ illusione della nuova Cina.

È possibile evitare questa tragedia annunciata? È possibile per i democratici, per la sinistra, per i cittadini europei di buon senso riaprire la partita per una nuova e diversa Europa? La mia impressione è che molti dei buoi siano già usciti dal recinto, che il sentiero per riprendere un virtuoso cammino sia molto, ma molto stretto e che la possibilità di sfuggire all’alternativa sovranismo o tecnocrazia sia molto, ma molto difficile. Il primo poker d’assi per avere un’altra Europa è stato buttato via più di venti anni fa, quando le sinistre e le forze democratiche governavano l’intero vecchio continente e gli stessi Stati Uniti. Poi una sequela di scelte sbagliate di una classe dirigente europea vorace e miope, poi l’arroganza della burocrazia e della tecnocrazia, poi l’opera tenace e distruttiva dei nazionalismi, poi la crisi economica e finanziaria pagata come sempre dai ceti medi e dalle classi sociali più deboli, poi l’ondata migratoria e il veleno diffuso del razzismo. Tutto sembrerebbe dire che la partita è chiusa e che sia ormai aperta un’autostrada a quella torbida prospettiva della quale scrive William Sheridan Hallen nel suo libro Come si diventa nazisti, dove si parla di una piccola città della Germania che, durante la Republica di Weimar e nei primi anni del Terzo Reich, passa in breve tempo dalla socialdemocrazia al nazismo. Non ci resta quindi che una solitaria resistenza morale al peggio che sta arrivando?

Sono convinto e di ciò ho già scritto sull’ultimo numero de la fonte che dietro le spinte autoritarie, populiste e qualunquiste italiane vi sia qualcosa di solido e di antico, ma sarebbe un errore rassegnarsi e abbandonare il campo. Non solo perché la storia drammatica della prima metà del novecento è una ferita ancora aperta che continua a produrre anticorpi culturali e morali, ma anche perché qualche timido e nuovo segnale di resistenza sociale inizia ad emergere in Italia e fuori d’Italia. L’ultimo sondaggio sulla vocazione europea degli italiani torna a dare un significativo vantaggio agli europeisti e due italiani su tre non intendono abbandonare l’euro. È questo un autentico miracolo della creatività italiana.

Segnali di resistenza

Sempre i sondaggi sui partiti in Italia, dopo il varo della manovra clientelare di politica finanziaria, non mostrano un incremento significativo del blocco giallo verde che governa l’Italia. Il che indica quanto sia ricca ancora la miniera della saggezza italiana. Ma la cosa più significativa viene proprio dalla Germania, dove nelle fondamentali elezioni nella Baviera sembra fermarsi la cavalcata delle forze di estrema destra e grazie al risultato dei verdi si può intuire una via di soluzione democratica alla crisi europea.

Infine non dobbiamo dimenticare quel grande capitale umano, culturale e sociale che nel profondo della società, spesso nell’anonimato e nella solitudine continua a produrre buone pratiche, solidarietà e alternativa all’ ignoranza dominante. Le mie considerazioni non vogliono essere una spruzzata di profumo sulla materia maleodorante che ci circonda, ma un tentativo di comprensione della complessità della fase politica nella quale siamo. La situazione non è buona, ma qualcosa resiste e timidamente dà segnali di vita.

Il luogo veramente critico del momento attuale è proprio la Politica, dove si dovrebbero organizzare le forze democratiche e di sinistra per definire e praticare un’alternativa alla situazione attuale e dove invece troviamo confusione, frammentazione, personalismi, povertà di idee e di sperimentazione sociale, insomma una torre di babele nella quale tutti sono contro tutti. È proprio nella Politica che dovrebbe concentrarsi l’attenzione delle persone di buona volontà, è proprio nella Politica che andrebbe ricercato quel filo di Arianna che ci potrebbe tirare fuori da questa complicata e difficile situazione.☺

 

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