Con passione
15 Febbraio 2019
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Con passione

Da piccola avrei voluto fare mille lavori: il pilota d’aereo, il traduttore, il medico, l’ingegnere, il geografo esploratore e ancora altro. Tutto, ma l’insegnante no, nemmeno nell’ipotesi del terzo tipo. Finanche durante l’università all’insegnamento non ci ho pensato, solo adoravo studiare la civiltà greco-antica e quella latina, ne ammiravo la lingua e la cultura, un mondo per me lontano e vicino, perfetto e incantato. Forse avrei voluto viverci dentro, chissà, o, dopo essermene saziata, scappare via e lavorare ad altro, occuparmi di un giardino di rose in un cottage inglese o montare cavalli nella Camargue. Non ho mai brillato per senso pratico, affondavo nei libri ed ero lì. Mia nonna materna, tra l’ammirato e l’attonito, me lo ricordava sempre: “Figlia, figlia, tu solo vicino a queste carte puoi stare”. Avrei dovuto meditarle le sue parole, invece ne sorridevo o sbuffavo.

Però, la realtà ha bussato alla porta e l’insegnamento, che non era certo la mia vocazione, è stato per me la scelta più giusta, per motivi di ordine diverso ed ugualmente validi.

Ho fatto l’insegnante e tuttora faccio l’insegnante non sospinta da una chiamata quasi divina, ma per onesto senso del dovere, in quanto è il mio lavoro e penso di saperlo fare: non mi mancano l’ esperienza sul campo e la conoscenza degli strumenti del mestiere, soprattutto amo le discipline che tanto ho studiato, mi piace condividere il mio sapere, metterlo in discussione, variarlo, arricchirlo. Come me, tanti colleghi dapprima poco “ispirati” dall’insegnamento, tuttavia appassionati alle loro materie di studio, attenti, scrupolosi: i migliori.

Per molti insegnanti, per me, è difficile parlare di scuola, vai a capire perché, magari per stanchezza, più probabilmente per timore di produrre discorsi triti, noiosi, inconsistenti. Se in breve mi soffermerò su questo argomento, peraltro consapevole di non poter dire a riguardo nulla di nuovo, è per comunicare una riflessione che mi è stata sollecitata da due fatti fra loro assai distanti, ovvero la lettura che da poco ho concluso del romanzo di Gavino Ledda Padre padrone, in cui la scuola e l’amore per lo studio significano emancipazione, libertà di pensiero, democrazia, e l’open day concelebrato a suon di grancassa in questi giorni in numerose scuole di Italia quale occasione imperdibile per le scuole e i loro studenti futuri per blandirsi a vicenda, promettendosi dolcezze a venire e orizzonti di gloria tanto ambiziosi quanto prossimi, e ancora bellezze di sorta e su vasta scala.

Sarà che sono un po’ “antica”, ma a me la scuola di Ledda piace di più di quella dell’open day, perché è una scuola che forma senza essere suadente, perché coglie l’essenza senza disperdersi nelle vanità, perché stuzzica la mente e non asseconda il capriccio passeggero, perché fa conoscere e divulga e, mentre insegna il piacere bellissimo della scoperta, non rinuncia al rigore dello studio, che non è catena, se non per chi voglia farsi schiavo, ma necessaria costrizione per gustare poi la libertà del pensiero, le sue infinte aperture.

Una scuola così sarebbe l’ideal-tipo di scuola, non un’utopia, solo se noi adulti e dapprima noi insegnanti ci rifiutassimo di livellare la scuola ad un supermercato e rinunciassimo a scuola alla logica massacrante della libera concorrenza costi quel che costi, compresi battage pubblicitari fascinosi e fasulli: l’istruzione e la cultura non sono prodotti da vendere e svendere, ma itinerari di crescita, mai compiuti, faticosi sempre e sempre gratificanti in termini di consapevolezza di sé e del mondo.

Da mesi a questa parte l’ennesima stortura della lingua italiana, che fa tendenza e dunque impera, tristemente anche a scuola: anziché usare direttamente il sostantivo d’uopo, lo si anticipa con la circonlocuzione “quello che è” “quella che è”, “quelli che sono”, “quelle che sono”. Quasi che, in mancanza di essenze, sia consigliabile gettar fumo negli occhi con l’acrobazia ridondante.

Ne vogliamo parlare? Ledda, costretto dal padre a lasciare la scuola, ma entusiasta della scuola e dello studio, quindi pastore e autodidatta, infine studente universitario e addirittura dottore in Glottologia, mai una volta che nel suo racconto di formazione abbia sentito l’esigenza di abbagliare: “quella che è una pecora”, per lui era una pecora, e basta. ☺

 

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