conflitto o negoziazione       di Silvio Malic
28 Febbraio 2012
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conflitto o negoziazione di Silvio Malic

 

“Il silenzio è lo spazio intorno ad ogni atto e convivenza umana.

L’amicizia non chiede parole: è una solitudine

liberata dall’angoscia della solitudine”. (Dag Hammarskjöld)

Il cammino della cultura cattolica nei confronti della democrazia moderna, che ribaltava la visione paterno-sacrale, ha vissuto inizialmente una posizione di indifferenza; successivamente, con Pio XII, ha abbandonato l’impossibile neutralità, sino a giungere, con Giovanni Paolo II, ad una accettazione piena e  convinta: “La Chiesa apprezza il sistema della democrazia  in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno” (Centesimus annus n. 46). Poco dopo, però, il papa prende  in qualche modo la distanza da un modo ultimo di intendere la democrazia, precisando che “Un’autentica democrazia è possibile solo in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione della persona umana… Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia”.

Qui si pone il confronto, a volte duro nel metodo e nella prassi, ma ugualmente importante per le visioni democratiche di fine secolo XX e di inizio secolo XXI. La cultura liberale, che ha  interpretato, storicamente ed evolutivamente la prassi democratica, è lacerata, al suo interno, da un intenso dibattito. Da una parte si tende, oggi, a ridurre la democrazia a processo prevalentemente procedurale, dentro un individualismo contrattualistico senza che l’obbligatorietà di giustizia e solidarietà faccia più riferimento o appello alle esigenze e ai bisogni fondamentali propri della persona umana. Come, ad es. nell’ipotesi di J. Rawls in La teoria della Giustizia (1971 – Feltrinelli 1982) e Liberalismo politico (1983; Comunità, 1994). Dall’altra, ad es. in Amartya Sen, (Globalizzazione e libertà, Mondatori 2002) per una giustizia globale, si teorizza la visione dello spettatore imparziale che non fa riferimento ad un’appartenenza sociale o ad una identità particolare propria: neutrale tra le parti, non gli è chiesto, come nei contrattualisti per negoziare, di assumere un’identità. Per l’uno e per l’altro, e per tutti i pensatori liberali, rimane aperto la questione circa il fondamento dei giudizi morali razionali (ethos), tanto per il contrattualista, oggi in chiara luce negativa nello strapotere delle lobby, sia per lo spettatore imparziale, sedotto e ridotto a semplice consumatore nell’attuale società consumistica globale. Rimarrebbe, nell’agone pubblico, la via della persuasione e del consenso, potenziata dai meccanismi della comunicazione per massimizzare la possibilità della discussione, una strada prevalentemente pragmatica: un metodo, un insieme di regole, un’informata e consapevole scelta dei governanti, nonché il loro ricambio pacifico.

Si aggiunga che il multiculturalismo, di fatto accaduto ma  non elaborato, ci pone di fronte sia alla immediata intraducibilità delle culture che alla necessaria ricerca di una possibile comunicabilità per una necessaria ricerca razionale di un  concetto di giustizia. La storia, in tutte le latitudini, obbliga ad una convivenza unitaria di più tradizioni dentro società politiche in trasformazione nelle identità culturali. Tentare di volgersi all’indietro verso presunte identità ideali  non più unificanti perché già multiformi, rischia di offrire, invece, un “domani” non un “passato” di ritorno. Siamo dentro un mondo già “nuovo” eppure  “nascente” che invoca  nuove interpretazioni e  un vivere intelligente in ricerca di percorsi comunitari oltre i posseduti, da delineare creativa-mente.

Un primo passo, per una dinamica creativa, in occidente, forse sarà quello di  riappropriarsi del procedere dialettico aristotelico che ri-educhi al passaggio dal molteplice alla ricerca di un “comune” degno della persona umana; processo di conoscenza in ri-scoperta di un “sostanziale” per vivere in con-vivenza e con-vivialità. E, dalle tradizioni spirituali, riemerga la capacità di trascendere se stessi  per vivere dediti alla dignità e pari opportunità dell’altro.

Allora riscopriremmo, senza angoscia, che la tradizione – in cui ognuno nasce e si struttura linguisticamente, eticamente – non è un passivo risultato culturale da congelare, ma una forma strutturata e storica di ricerca razionale, impegnata con la verità e  secondo propri principi (teorici e pratici) e proprie modalità (non solo intellettuali). La tradizione è un organismo vivente, dotato di fasi di sviluppo e di crisi, di integrazione come anche di spegnimento. Va incontro a momenti in cui vengono alla luce le inadeguatezze della sua capacità interpretativa della verità, in rapporto alla sua stessa condizione storica. Supera le proprie crisi interne, ridefinendo le differenze compatibili e appropriandosi della ricchezza teorica altrui, in una sintesi superiore o almeno ulteriore.

In ogni persona – di qualunque razza, nazione, continente e credo religioso – che partecipa alla comunicazione vi é la capacità originaria di conoscere il vero e il bene illimitati. Il dialogo negoziale (di scambio) tra persone e culture è possibile grazie all’universale concreto della dignità umana, intesa come capacità di vero e di bene, capacità di Dio (cfr.Gaudium et Spes n. 16). Il problema di convivenza di diverse visioni, generate da componenti etniche e culturali, può essere affrontato e trovare giustificazione ragionevole, liberata da angosce difensive, in una comunicazione iniziatica e possibile solo se riconosce presente e operante, in ogni tradizione, la ricerca del vero e del bene; ricchezza espressiva dell’universale umano concreto che è unico, pur diversificandosi per aspetti etnici, religiosi, culturali, ecc.

Esiste un principio unificante le diversità culturali, perché esiste, in ogni tradizione, una natura comune che le apre dal di dentro alla comunicazione reciproca e alla condivisione di valori. Una reale e proficua comunicazione è possibile, non sulla base di un minimo comune denominatore unificante ed estraneo a tutte le tradizioni, bensì grazie ad un elemento comune che, abitandole, le struttura in una germinale apertura reciproca, in quanto espressione di una ricerca di verità che accomuna tutti.

Se questo è plausibile, il primo passo che ci è chiesto sarà quello di smantellare la presunta gerarchia delle culture perché la bellezza dell’umano in-verato (cristiana- mente in-carnato) in ognuno  e in ogni comunità, per quanto rimanga non del tutto comunicabile o  traducibile,  non per questo risulta  irricevibile come possibile e valido dono di vera e degna umanità. ☺

 

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