Conseguenze della pandemia
11 Febbraio 2021
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Conseguenze della pandemia

Via Mazzini, a Cb: sto salendo verso il centro della città, in p.zza Municipio. Di fronte a me stanno scendendo in direzione della stazione dei CC diverse persone, giovani e non, distanziate fra di loro. L’atteggiamento che noto, quando ci incrociamo, è lo stesso che tutti esprimono; io guardo con testa alta davanti a me con la mascherina e con gli occhiali appannati, quel tanto da non impedirmi di scorgere sul viso delle persone le loro singolari e diffidenti espressioni. Tutte camminano col capo reclinato in avanti, ricurve, voltando la testa verso altra direzione come a scansare un pericolo che le si sta sovrapponendo lungo il percorso. Scostarsi con movimenti goffi e spesso anche comici, pur in presenza di mascherine, guardare in basso e non incrociare lo sguardo, che rappresenta un modo distinto e cortese di salutare chi anche non si conosce; mettersi la mano dinanzi alla mascherina per proteggersi ulteriormente da una eventuale possibilità di contagio. Tutto questo atteggiamento mi appare incongruo, paradossale, ma ne capisco il significato e le ragioni che lo determinano: emerge a tutto campo la profonda modificazione dei nostri modi di fare, anche quelli più insignificanti, a causa della paura del contagio. Ma dove stiamo andando e  quale potrà essere il nostro futuro comportamento dopo aver superato questo delicatissimo ed amaro momento?

Le prospettive sono fosche, perché tornare alla normalità precedente al coronavirus significherebbe essere ancora di più mortificati nell’animo e nel corpo a causa dell’egoismo individuale e collettivo, del disinteresse colpevole e dell’indifferenza verso gli accadimenti e le prospettive della polis, della città, del rifiuto dell’altro, migrante o povero che sia, nonché della prospettiva di veder distrutto il territorio, la Natura. L’emergenza sanitaria proclamata all’ inizio di marzo 2020 ha costretto gli italiani (ma la stessa cosa è stata fatta nel resto del mondo) a interrompere le attività quotidiane, abitudinarie, come se fosse caduta una mannaia a recidere quel cordone ombelicale che c’è fra  noi e la nostra quotidianità, tra noi e gli altri. La gravità della pandemia ha demolito completamente i riferimenti con i quali ci siamo sempre confrontati con intensa partecipazione; essa costituisce, infatti, una specie di tmesi, una rottura cruenta, catastrofica tanto sul versante materiale quanto su quello, egualmente rilevante, psicologico. Costituisce (come scrivono Giaccardi e Magatti in Nella fine è l’inizio – In che mondo viviamo)  un “cortocircuito della ragione”, ossia la messa in discussione di tutta la nostra capacità raziocinante, delle “nostre mappe cognitive”.

Ci chiediamo allora cosa significhi questo; cosa ci voglia dire, rivelare. Ebbene, queste penose, per quanto necessarie, restrizioni vogliono manifestare che stiamo assistendo al crollo di quel sistema di “credenze legittime” che rappresentano l’ordine sociale: processi inarrestabili di impoverimento; perdita della prospettiva del lavoro; una condizione preoccupante di precarietà sociale e di disordine normativo. In questa fase anomica – conflitto fra regioni e governo nazionale ad opera della strisciante autonomia differenziata; costrittivi compromessi politico/amministrativi, instabili, fragili – l’emergenza sanitaria è alimentata, come abbiamo potuto constatare in questi ultimi mesi, da disordini sociali, che investono non soltanto il mondo del lavoro, ma anche le fasce giovanili, disorientate, come sospese dalla chiusura, quasi sempre  non giustificata,  della scuola, dell’Università, dall’ evidente ostracismo a danno della cultura, che l’attuale compagine governativa ha messo in atto. In questi giorni – prima decade di gennaio ’21 – le manifestazioni di protesta e gli incidenti, provocati in prevalenza da adolescenti nel Varesotto e a Parma, che si scontrano con violenza, lo stanno chiaramente a dimostrare.

Ma cosa spinga giovani e adolescenti a scendere in piazza, ad azzuffarsi e a picchiarsi furiosamente lo dobbiamo capire, quanto prima… Per ora ci limiteremo a mettere sotto la lente d’ingrandimento la necessità di renderci conto di cosa abbia causato e messo in luce la “fobia” del contagio, che si accompagna al dolore per la morte di più di 80.000 persone per il Covid 19.

Sicuramente sono considerevoli le inadeguatezze e le carenze di un modello di sviluppo capitalistico, che coloro che lo hanno costruito, ed imposto, ritenevano invincibile, inossidabile, unico esemplare possibile della espansione del capitalismo transnazionale, ma che, dinanzi al Covid 19, si sta disciogliendo nelle sue presunzioni di unicità e di superiorità rispetto agli altri tipi che esso ha comunque sconfitto negli ultimi decenni (pensiamo, per esempio, al disegno industriale e al progetto complessivo di società comunista dei paesi dell’ex Patto di Varsavia). Questo capitalismo si sta stemperando, palesando tutte le sue contraddizioni e debolezze e provocando la distruzione del nostro pianeta.

Quali osservazioni allora suggerisce questa pandemia, tempo di emergenze dolorose, di confinamenti penosi ed amari? Ne metteremo in luce solo qualcuna. Per prima cosa si suppone che la pandemia non avrà una conclusione a breve termine, ma la sua natura, pervicacemente contagiosa, impone tempi lunghi ed uno stato duraturo di “emergenza”, che potrebbe augurabilmente concludersi con la somministrazione dei vaccini. In secondo luogo essa comporta l’esigenza di prendere decisioni operative in un tempo ragionevolmente veloce, il che, però, sottintende la svalutazione, la crisi di quel percorso democratico conforme ad un Parlamento protagonista di discussioni, di approfondimenti, di decisioni e che invece oggi nella sua maggioranza filogovernativa è totalmente dipendente dal governo, limitandosi, in effetti, soltanto ad alzare le mani per esprimere il proprio consenso senza approfondimenti critici. In terzo luogo, appare evidente che le condizioni dell’attuale grave crisi sanitaria determinino, acuendola, anche la depressione economica, che spalanca le porte alla perdita di milioni di posti di lavoro. Inoltre, la pandemia fa emergere dolorosa la solitudine opprimente nella quale si sentono milioni di giovani, che vedono chiuse le aule e i saloni della Scuola, della Università, che rappresentano le sedi deputate allo scambio culturale, linfa reale di qualsiasi democrazia. Ed infine la sofferenza pandemica del virus determina anche le condizioni di un controllo panottico dell’intera società civile. Queste condizioni vanno diritte verso il depotenziamento della democrazia partecipata, svilendone i presupposti e vanificando qualsiasi forma di opposizione politica e sociale. Chi critica, anche a buona ragione, il timoniere rischia di scivolare giù dalla nave e affogare tra le onde agitate del mare…  ☺

 

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