Contro il mito della transumanza, la riscoperta di una vera economia rurale
20 Luglio 2018
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Contro il mito della transumanza, la riscoperta di una vera economia rurale

Andare oltre il mito della tradizione

Si può andare oltre i tratturi e la transumanza nella rappresentazione identitaria del Molise? Si possono rifuggire le tentazioni passatiste per abbracciare nuovi orizzonti su sentieri antichi? La storia è utile se è capace di guardare al futuro, di alimentare una sempre rinnovata identità anziché riprodurre un mondo ideale ormai trascorso, che poi tanto ideale non era. Altrimenti diventa pura erudizione, documentazione e racconto, che sono le fasi precedenti e posteriori del lavoro storico, utili anch’esse ma non sufficienti a creare slancio, fiducia, progettualità strategica.

Giustamente lo storico Gino Massullo ci ha messo in guardia dal riproporre l’immagine di un Molise querulo, piagnone, nostalgico e tradizionalista del revanchismo sannitista, di una immaginata arcadia transumantica popolata di gioconde pastorelle e mulini infarinati. È vero che la pastorizia transumante, specialmente delle pecore, ha rappresentato dai Sanniti agli Angioini, e poi lungo l’età moderna, l’attività economica più rilevante e organizzata, quella che insieme all’agricoltura ha alimentato il processo di territorializzazione, disegnando il paesaggio con i percorsi stagionali di uomini e animali: una rete tratturale che aveva finito per assumere i connotati di un articolato e ancora ineguagliato sistema infrastrutturale infra e interregionale.

Un territorio ricco di potenzialità

Ma non si può continuare a mangiare pane e tratturi, né a idealizzare una transumanza senza pecore e senza pastori. Il giusto processo di patrimonializzazione dell’eredità della transumanza e di valorizzazione delle sue tracce non deve impedirci di guardare oltre, verso le potenzialità vive del territorio molisano, costituite dall’agricoltura, dall’ allevamento, dai paesi, dai boschi, dalle acque e dalle altre risorse naturali che può concretamente vantare. Su queste occorre innestare il capitale umano attraverso la formazione e un più diffuso capitale sociale che si può generare attraverso processi di empowerment delle comunità locali. Così si alimenterebbero cultura e turismo.

La valorizzazione dei tratturi a livello europeo

Della transumanza si è parlato tanto, ma si è fatto poco. Dalle leggi con cui Abruzzo (1986), Molise (1997) e Puglia (2003) stabilivano la tutela dei percorsi transumanti e l’istituzione di “parchi dei tratturi”, al protocollo d’intesa del 2005 tra le province di cinque regioni (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia) per la tutela e valorizzazione dei regi tratturi, fino alla recente candidatura della transumanza a patrimonio culturale immateriale dell’umanità presentata congiuntamente all’Unesco da Italia, Grecia e Austria, passando per vari progetti che al massimo hanno lasciato sul territorio qualche cartello, peraltro non facilmente decifrabile, il tratturo sembra la chiave magica per aprire le porte della valorizzazione territoriale.

Economia del tratturo e patrimonio territoriale

Ma – come già avvertiva Edilio Petrocelli – non si può recuperare il sistema della transumanza senza un recupero di una economia del tratturo, che comprenda anche un rilancio in chiave nuova delle pratiche pastorali e che sperimenti forme produttive e distributive circolari, non estrattive, filiere corte, gestioni comunitarie delle risorse naturali e dei pascoli, riuso degli insediamenti storici, integrazione tra allevamento, agricoltura e artigianato. C’è bisogno di una rinascita delle comunità locali che vada oltre la musealizzazione del territorio, con l’obiettivo di un Molise più reale, ispirato alle sue vocazioni originarie e mirante a una ritrovata centralità del territorio e al protagonismo dei soggetti locali. Il modello di sviluppo contemporaneo, cioè quello basato sull’illusione della crescita trainata da stili di vita sempre più commerciali e consumistici, ha trascurato il territorio; lo ha usato come supporto, contenitore o pavimento, ma non ne ha valorizzato i significati di risorsa, di identità e di opportunità, vale a dire di patrimonio. Lo ha sfruttato o dimenticato, generando degrado o abbandono.

Bisogna ripartire da qui, riportare le pecore sui pascoli praticando forme rigenerative di allevamento, ridare dignità sociale e culturale alla figura dell’allevatore e del pastore, incentivare il loro ruolo di produttori genuini e di custodi del territorio, di costruttori del paesaggio, far convivere spazi coltivati, pascoli e boschi come brani di uno stesso racconto, riconoscendo il servizio che tali attività recano, non soltanto ai luoghi che le ospitano, ma all’intera collettività.

Occorre scongiurare il rischio di una transumanza senza pecore, che renderebbe vuoto anche l’eventuale marchio Unesco, l’ennesimo titolo esterno per dare l’illusione di una promozione speciale e risolutiva. No, la soluzione può stare solo nei processi reali e durevoli che il territorio sarà in grado di attivare con originalità e specificità, forti della partecipazione e del protagonismo degli abitanti e delle comunità locali. La fortuna del Molise sta ancora – come scriveva Eugenio Cirese alla metà del ‘900 – nell’essere una voce dissonante, “un timbro non abituale in un mondo in cui tutto appare logoro e sfruttato…”. Dovremo ripartire da questa dissonanza per progettare qualcosa di nuovo, non avulso, ma radicato nel territorio, nella consapevolezza che dalla crisi non potremo uscire con gli stessi paradigmi che l’hanno generata.☺


Immagine in evidenza di Rino Trivisonno

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