Contro l’inverno dello spirito
4 Maggio 2017
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Contro l’inverno dello spirito

Venticinque milioni. A tanto ammontano le copie vendute da uno dei più grandi best sellers di tutti i tempi: le Memorie di Adriano, un affascinante romanzo francese pubblicato nel 1951 dalla scrittrice belga Marguerite Yourcenar (pseudonimo ottenuto anagrammando il cognome Crayencour).

Il libro ripercorre la storia di Adriano, l’imperatore romano del II secolo d.C., sotto forma di una lunga lettera indirizzata al giovane amico Marco Aurelio – che, poco dopo, sarebbe diventato suo nipote adottivo, nonché successore al trono. Ormai anziano e malato, il sovrano si trova così a fare un bilancio della propria vita, pubblica e privata. A concluderlo è la ripresa dei brevi versi che il personaggio storico di Adriano avrebbe indirizzato alla propria anima in punto di morte e che costituiscono uno dei componimenti più famosi e tradotti della letteratura latina: “Piccola anima, smarrita e soave, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti. Un istante ancora, guardiamo insieme le rive familiari, le cose che certamente non vedremo mai più… Cerchiamo d’entrare nella morte ad occhi aperti…”.

Il suggestivo punto di vista adottato in tutto il romanzo è infatti quello della morte. E non solo la morte dell’imperatore Adriano. Ma quella di un’intera epoca, ovvero dell’Impero romano, ormai prossimo alla crisi del III secolo, che ne avrebbe incrinato per sempre lo splendore. E, al tempo stesso, in controluce, quella dell’Europa moderna, a causa dello sconvolgimento della Seconda guerra mondiale, a cui la scrittrice aveva cercato di sottrarsi trasferendosi negli Stati Uniti nel 1939.

Ma il successo del romanzo si spiega anche grazie al fascino dello stesso Adriano. La tradizione storiografica lo presenta, oltre che come l’ideale del saggio al governo, come un uomo appassionato di arte e letteratura. Per questo fu il primo imperatore a portare sempre la barba lunga, in omaggio alla filosofia greca, e per questo trascorse dodici anni, sui venti in cui fu al potere, dal 117 al 138 d.C., in viaggio fra le province dell’Impero e in particolare ad Atene: “E mi accorsi quanto sia vantaggioso essere un uomo solo, quasi esente da vincoli matrimoniali, senza figli, quasi senza avi, un Ulisse senza altra Itaca che quella interiore”. Anche l’architettura lo appassionava molto e si deve a lui la costruzione sia del Mausoleo di Adriano a Roma (poi diventato Castel Sant’Angelo), sia, presso Tivoli, della grandiosa villa che da lui prende nome. In questa villa tiburtina Adriano creò una serie di edifici che ricordavano alcuni famosi complessi visitati durante i suoi viaggi: fra gli altri, l’Accademia e il Liceo, dove avevano insegnato Platone e Aristotele, e il cosiddetto Teatro marittimo. Si tratta di un isolotto artificiale, che un sistema di piccoli ponti levatoi permetteva di rendere inaccessibile: una sorta, quindi, di villa nella villa, in cui ritirarsi in totale isolamento, e dove si può immaginare che l’imperatore scrivesse i suoi testi e disegnasse le sue architetture. La villa era inoltre dotata di due ampie biblioteche, una greca e una latina, secondo l’uso del tempo. Ed è proprio collegandosi a questo particolare che si può cogliere, nel romanzo della Yourcenar, un frammento di saggezza particolarmente adatto alla stagione che sta per iniziare: “Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

 

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