Corpi abitati
10 Novembre 2019
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Corpi abitati

È da un anno che ho perso un amico: lo stavo perdendo da tempo, la sua fine era sotto i miei occhi. Mi sono, di nuovo, sentita responsabile di avere fatto poco per lui.

Nel nostro Paese oltre 3 milioni di persone soffrono di depressione. Nonostante la depressione sia stata riconosciuta dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità come la prima causa di disabilità a livello mondiale, solo 1 paziente su 2 riceve un trattamento corretto e tempestivo.

In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale – che si è celebrata il 10 ottobre – si è svolto a Milano un convegno: obiettivo dell’in- contro era accendere i riflettori sulla depressione maggiore, una patologia grave ma molto spesso dimenticata e sottovalutata nonostante secondo l’OMS – è la prima causa di disabilità. La Società Italiana di Psichiatria in occasione del quarantennale della “legge Basaglia” ha ribadito le gravi difficoltà dei servizi di salute mentale italiani. Per rendere efficiente la rete mentale è necessario introdurre l’innovazione organizzativa, tecnologica e farmacologica in modo da poter utilizzare al meglio le competenze delle équipe multidisciplinari.

Già nel 1999, quando pensai di creare un’associazione di soli pazienti (depressi ed ansiosi), per formare gruppi di auto-aiuto, organizzare eventi e situazioni che in ambienti scolastici, in luoghi di incontro, denunciassero lo stigma sulla depressione e la necessità da parte dei pazienti di una partecipazione attiva al proprio benessere, la psichiatria bolognese (e non solo) stava vivendo un primo declino.

Oggi quasi tutto è scomparso; per questo mi piace riportare alcune pagine di un mio intervento al convegno “Lotta allo stigma”. Ne riporto una parte perché almeno un/a paziente sentano una scintilla di passione del benessere, anche nel fondo-profondo del pozzo di solitudine.

* * *

Avete presente il corpo, – ognuno di noi – il nostro corpo – carne, ossa, sangue che pulsa, cervello, cuore, emozioni, dolori, gioie, volere, non volere, amare, soffrire, ridere sentire: in parole povere, il noi e il fuori di noi, noi che viviamo in relazione a ciò che ci circonda? Immaginate che un po’ per volta o all’ improvviso questo mondo, perché ognuno di noi è un mondo, divenga freddo e senza luce: non ha più raggi di sole a scaldarlo né li vuole o forse non li sente.

È un mondo che sta morendo, si sta spegnendo e con esso i suoi colori, i suoi odori, i suoi suoni, le sue passeggiate, le sue risate, le sue ombre, le sue luci.

Quel che si vede da fuori è una forma chiusa impacchettata che non vuole no, non vuole più stare con gli altri: chi si affretta, si affanna, lavora, mangia, vive, decide, si sposta, chiacchiera, parla, canta, fa l’amore, soffre, ride, chi vive non vuole che “questo sacchetto vuoto” stia lì così e comincia a riempirlo di rassicurazioni, di pietismo, di indifferente realismo, di offeso amorefilialmaternopaterno (“allora vuol dire che non mi ami, che non pensi a me”, “dai che ce la fai”, “se ce la metti tutta ma proprio tutta, vedrai che”, “dipende solo da te”, “ma non vedi come stai meglio, basta che sorridi?”, “ma perché non esci e non cammini un poco?”, “perché non riallacci con i tuoi amici?”).

Poi secondo il percorso che questo fagotto infagottato compie, si tenta di ricondurlo al benessere con pillole con magiche pillole che lo scuotano, che lo facciano dormire, che buttino via tutte quelle brutte idee.

C’è in noi pazienti un sovraffollamento di voci, di persone, di posizioni, imposizioni, consigli. Tante parti di noi si comprimono o si frantumano – dentro – e noi le teniamo lì, le teniamo chiuse: a volte le spolveriamo, o le disinfettiamo accuratamente, monacalmente; a volte no, non ci curiamo di loro ma solo del nostro grande ingombrante involucro: che non passi nulla!

Bene – questo è il sentire di un depresso – questo è la sua condizione e quanti di noi hanno vissuto questa situazione vicino al baratro, sanno qual è il rischio più grave, sempre più grave per questi corpi-abitati: la sempre maggiore estraneità, stranieri agli altri, stranieri a se stessi.

Molti si perdono, attraversano strade e percorsi da cui non possono tornare indietro: i loro corpi oramai sono invasi, abitati da voci, illusorie verità, sentimenti di fuga, volontà di precipitare. Ma in molti altri di noi, in noi qualcosa ritorna ed è l’esigenza primaria del benessere e del vivere e si pensa al da fare, al come fare, al cosa fare.

È chiaro che viene da pensare alla cura… Qui il problema si fa politico, sociale e obbligatoriamente etico. C’è una parola riferimento e focus, c’è sicuramente una parola che può accomunare tutti, questa parola è Passione, ovvero la difficile arte della mente e del cuore che sempre attenta e vigile si muove e si adopera con costante tensione verso  desideri, bisogni ed esigenze. La Passione comporta prima di tutto l’attenzione-tensione estrema verso gli altri, una funzione primaria di bellezza ed amore; attenzione-tensione che richiede un impegno assoluto ed indiscriminato. E il prendersi cura della bellezza dell’integrità dell’altro.

Se manca questa etica della passione non vi è alcun diritto di essere medici, amministratori, professori; quando si hanno in mano anime e le anime sono i corpi ed i corpi siamo Noi, non ci si può permettere il lusso di barare, di giocare con il Potere di illuminarci illusoriamente per autoreferenzialità.

[Loredana Alberti, presidente associazione pazienti DEA (Lotta allo stigma Atti della giornata internazionale a cura di Fabrizio Asioli e Mario Bassi ed. compositori Bologna 2000)]☺

“Il suicidio non è un atto ineludibile e imprevedibile. Se potessimo chiedere a un suicida che cosa gli avrebbe salvato la vita, con molta probabilità risponderebbe: smettere di pensarci. La sofferenza di questi individui è insita nei loro pensieri. Un tormento della mente a causa del quale l’individuo, non riuscendo a trovare sollievo, giunge suo malgrado, e dopo molte incertezze, a ritenere il suicidio quale unica via di salvezza. Ma coloro che pensano al suicidio, e che tragicamente si suicidano, vogliono vivere!”.

prof. Maurizio Pompili, ospedale Sant’ Andrea di Roma.

 

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