Custodi della terra
2 Gennaio 2014
0 comments
Share

Custodi della terra

Quando la bibbia deve parlare della buona relazione tra Dio e l’uomo o tra Dio e il popolo d’Israele, poiché ha un linguaggio molto concreto, alieno dai concetti filosofici, immagina un giardino, un terreno, cioè, non solo fecondo, ma coltivato, frutto dell’incontro tra l’abbondanza della natura e l’opera ordinatrice dell’uomo che rende i luoghi selvatici adatti alla propria presenza. Viceversa, quando si parla del peccato, dell’abbandono della giustizia, della separazione, insomma, tra Dio e l’uomo, la bibbia ricorre ad immagini di disordine, per cui si parla di deserti, luoghi aspri, inospitali come le paludi, regno di bestie feroci. Si può dire che l’opera creatrice di Dio non consiste se non nel mettere ordine nel caos e dove c’è la tenebra che copre l’abisso, lì pone le premesse per una terra abitabile, il cui vertice è un giardino recintato e coltivato, l’Eden.

Il peccato porta alla perdita del giardino, per cui l’uomo è condannato a vivere di stenti, in una terra inospitale e disordinata, da cui è difficile trarre il sostentamento, se non a prezzo di fatica e sudore. Il ritorno alla condizione iniziale, sognato dall’Apocalisse, è un giardino da cui nascono quattro fiumi (gli stessi del racconto della Genesi) e in cui si possono avere addirittura dodici raccolti in un anno. La terra promessa ad Abramo e a Mosè è talmente ricca di beni che addirittura latte e miele scorrono, cioè ci sono tanti pascoli per le pecore e tante piante da frutto che permettono il proliferare delle api. Il segno della benedizione per un israelita è poter stare a riposare nella propria vigna e sotto il proprio fico (Mi 4,4), mentre il giudizio di Dio è associato con l’inaridimento della terra e la rovina dei semi: “Sono marciti i semi sotto le loro zolle, i granai sono vuoti, distrutti i magazzini, perché è venuto a mancare il grano” (Gl 1,17).

Nella tradizione ebraica entra una parola persiana, paradiso, che indica un giardino circondato da muri e quindi ordinato, umanizzato, per definire il luogo dove gli uomini saranno accolti dopo la morte; questo ci dice che il rapporto con Dio è sempre visto all’interno del contesto della creazione, dove il buono o cattivo rapporto con l’ambiente, con il creato, è il riflesso del buono o cattivo rapporto con Dio. La saggezza degli antichi israeliti, poco incline a spiritualizzare la religione, aveva ben compreso che si fa esperienza di Dio in concreto, attraverso il riconoscimento che l’ambiente naturale è un suo dono che ha bisogno di essere accolto nella logica con cui è stato donato, perché quando perde la sua dimensione ospitale, smette di essere segno di benedizione.

Il falso mito della libertà umana dell’era moderna, connesso con la cattiva interpretazione religiosa del comando di Dio all’inizio della creazione (non ha detto di dominare la terra, come si traduce erroneamente, ma di governarla, cioè di prendersene cura), hanno condotto al fraintendimento del rapporto tra l’uomo e il creato, soprattutto nell’occidente cristianizzato dove la natura è stata intesa come semplice strumento per l’affermazione dell’uomo, piuttosto che il contesto dove l’uomo potesse umanizzarsi imparando a coltivare e ad allevare. Se l’evoluzione della civiltà umana è strettamente connessa con la coltivazione della terra, il suo cammino verso la distruzione è connesso con il distacco dalla terra, passando per la separazione tra il lavoro per creare il cibo e il suo consumo, tanto che si è arrivati all’ aberrazione di mangiare prodotti che nascono a migliaia di chilometri di distanza, scelta determinata da interessi di mercato. Ciò ha fatto perdere il senso della sacralità della terra che è diventata discarica, pattumiera della voracità smodata dell’uomo. La saggezza biblica ha visto nell’inimicizia tra la terra e l’uomo la manifestazione dell’ ingiustizia e del peccato. Poiché negli ultimi secoli in cui si è imposto il capitalismo di matrice protestante (Weber insegna) parallelamente si è avuta una spiritualizzazione devozionistica della religione che ha portato a separare il corpo e le sue esigenze dall’anima che vaga nell’iperuranio, oggi stiamo pagando le conseguenze di questa deriva, perché sperimentiamo in pieno ciò che la bibbia diceva sulle conseguenze dei propri peccati, visto che abbiamo trasformato la terra da giardino coltivato a veleno, che produce sempre più morte, non spirituale, ma fisica.

Oggi possiamo capire che cosa significa il peccato, l’origine umana del male e le conseguenze di scelte egoistiche e superficiali, perché non possiamo più essere sicuri di ciò che mangiamo o di ciò che vestiamo. Il sogno della bibbia di una nuova terra in cui non c’è più pianto né morte è diventato un drammatico grido di invocazione da parte della gente tornata a sentirsi responsabile della cura della terra. Se nella bibbia il poter stare sotto il proprio fico è una speranza, per noi oggi è un impegno a cambiare strada, a ricuperare il giusto rapporto tra lavoro e consumo dei beni, anche se le distrazioni del consumismo rendono plausibile la minaccia di tornare al caos primordiale. Saremo capaci di ascoltare l’invito di Dio a tornare in quel giardino di cui Gesù ci ha riaperto la strada? ☺

eoc

eoc