da che parte stai?    di Antonio Di Lalla
4 Giugno 2013
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da che parte stai? di Antonio Di Lalla

 

Non è eliminando il metro come unità di misura che si diviene tutti della stessa altezza, checché speri Brunetta; i tacchi rialzati delle scarpe, come fa Berlusconi, possono essere anche accorgimenti utili alla fotografia, ma non lo hanno reso mai uguale agli altri capi di governo, anzi ancor oggi il suo ricordo suscita ilarità. Sulla strada, quello della precedenza a destra, era un imperativo categorico per ogni autista, ma è entrato definitivamente in crisi con le rotonde dove la precedenza è a sinistra. Non ne sono uscite indenni destra e sinistra, neppure in politica, e non ci meraviglia che siano considerate ormai categorie desuete messe in soffitta nel nome delle larghe intese, della responsabilità, del bene comune. Sarebbe bello, grandioso se questo nuovo corso potesse trovare la stessa conclusione delle migliori fiabe: “e vissero felici e contenti”. Ma finché si muore sul lavoro e per mancanza di lavoro, finché il rapporto tra il compenso medio di un lavoratore dipendente e quello di un top manager, dati del 2012, è di 1 a 64 nel settore del credito, di 1 a 163 nel resto dell’economia, mentre nel 1970, sempre secondo lo studio del sindacato del credito della Cgil, tale rapporto era di 1 a 20, anche Menenio Agrippa si vergognerebbe di raccontare il suo celeberrimo apologo teso a tenere insieme patrizi e plebei, naturalmente già da allora a scapito di chi ci metteva sudore e sangue.

Sulla soglia della chiesa madre di Bonefro, appena riaperta al culto, dopo ritardi e speculazioni del post-terremoto (montaggio e affitto dei ponteggi di sicurezza di questi interminabili anni sono costati alla collettività oltre 700 mila euro!), vi è inciso: “il mondo si divide in oppressori e oppressi. Tu che entri da che parte stai?”. Ed è questa domanda che crea la politica, che fa la differenza fra destra e sinistra, o come si vogliono chiamare, perché il problema non è il nome, ma il contenuto. Se si lotta contro la povertà per forza di cose si deve ridurre la ricchezza dei singoli, se si chiedono salari adeguati le imprese non possono fare profitti da capogiro, se ci si ritiene uguali non si può continuare a tollerare il femminicidio, ancor più per amore depravato e possessivo. Se il partito democratico è arrivato a risedersi (lo aveva già fatto con il governo Monti con i risultati che sappiamo) allo stesso tavolo di Berlusconi, non è per servire il menù al popolo ma per dar sfogo a una fame atavica di potere perché ormai si è tappato le orecchie e non ascolta il clamore di persone in affanno. Che fallimento per la politica ora che per ascoltare qualcosa di sinistra bisogna sintonizzarsi col Vaticano!

Non siamo fomentatori di conflitto ad ogni costo, anzi, proprio perché perseguiamo strenuamente la pace, ci rendiamo conto che questa non può esserci senza giustizia sociale, senza che la legge sia uguale per tutti, senza che tutti siano messi in condizione di vivere dignitosamente. Nella sua smania di potere Andreotti era riuscito ad essere lapidario: meglio tirare a campare che tirare le cuoia! Questo slogan è diventato il programma dell’attuale classe politica per cui attendersi qualcosa è pura illusione, ma la mia indignazione diventa incontenibile perché sostengono che agiscono per il mio bene! E così problemi reali non procrastinabili li rimandano sine die per non compromettere la loro unione contro natura e ci ripetono che non fanno parte degli accordi di programma. Naturalmente che cosa si sono promessi non ci è dato sapere, ma se la trombata di Larino, le cui virtù nascoste non ci è dato conoscere, è diventata sottosegretario possiamo immaginare le turpitudini in atto.

A livello nazionale, grazie anche all’egemonia incontrastata del presidente della repubblica su quello che fu il partito dei lavoratori, dei meno abbienti, di quelli che cercavano il riscatto sociale, non si vedono spiragli per scelte sensate; a livello locale, purtroppo, le cose non vanno meglio. Riescono addirittura ad esserne la brutta copia. L’accozzaglia di sigle e interessi disparati che ha vinto le elezioni regionali sta cercando di risolvere il primo vero problema che non è naturalmente né quello delle aziende che chiudono o della creazione di posti di lavoro, né quello della ricostruzione dei paesi colpiti dal sisma, né tantomeno quello della sanità in stato comatoso: siccome ci sono più culi che poltrone per una giunta che si rispetti, il governatore che fa? Cambia lo statuto e porta a cinque gli assessori – gli restano così solo altri sette di maggioranza da accontentare!- e intanto per tenersi buoni gli avversari di oggi, che erano gli amici di ieri e potrebbero diventare i soci di domani, dà da mangiare anche a un consigliere aggiunto di minoranza (tale ioco-poco-ma-ioco), guardandosi bene perlomeno di azzerare lo stipendio al capo dell’opposizione che la giustizia ha relegato negli spogliatoi. Alle larghe intese, insomma, aggiunge le larghe maniche, facendosi bello con i soldi nostri!

Non possiamo rassegnarci a questo stato di cose, torniamo tutti a fare politica attiva scritta, parlata, vissuta perché il fato non esiste, la storia non è ineluttabile e dunque la realtà si può cambiare anche se non sempre riusciamo a trovare, come Archimede, il punto di appoggio per sollevare il mondo! ☺

 

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