da che parte stare
22 Febbraio 2010
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da che parte stare

Giovani “eroi borghesi” senza nome ma col coraggio della speranza. Uomini comuni, che scelgono giorno per giorno di vivere in piedi e camminare a testa alta in mezzo al pizzo, alla lupara, al traffico illecito. Persone senza scorta e senza notorietà, che dimostrano con le loro vite silenziose, discrete, tenaci, che si può combattere “il Sistema” dal basso, ogni giorno, nel proprio condominio, sul posto di lavoro, mentre si fa la spesa, semplicemente restando quello che si è, remando contro con una quotidianità regolare, pulita.

Un «fiume carsico» di gente che, talvolta alla luce del sole e talvolta sottotraccia, non molla la presa nella lotta contro lo strapotere della camorra. Ma anche un collage di storie di ordinaria convivenza tra casertani brava gente, criminali incalliti e innocenti travolti. Ognuno di questi racconti è un messaggio, un invito, e forse una poesia. Ognuno di questi racconti spinge a credere che per il coraggio delle scelte giuste, sì, c’è ancora posto. Con "Ragazzi della terra di nessuno" (Edizioni La meridiana, 2009) Gianni Solino, sindacalista da sempre impegnato sul fronte antimafia con la Scuola di pace e il Comitato don Peppe Diana, aggiunge un tassello importante a quello che è già stato raccontato sul clan dei Casalesi e sulla terra da cui è partito per espandersi nel Centro-nord e all'estero. Nonché nel Molise, dove da tempo opera silente e tentacolare, secondo l’allarmante ricostruzione dell’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, Giuseppe Lumìa, intervenuto a Campobasso alcuni mesi fa.

A partire da Gomorra, il Sistema ce lo hanno raccontato in tanti, anche se forse mai più con l’efficacia, la precisione e l’accorata freddezza di Roberto Saviano: la potenza economica, i processi, le alleanze, le faide, le vendette, le esecuzioni e i fiumi di denaro dei “boss”. Ma nessuno aveva ancora risposto a una domanda che tanti, senz’altro, si pongono sconcertati e un poco attoniti: ma come vivono le “persone oneste” a Casal di Principe, Villa di Briano, San Cipriano d'Aversa, San Marcellino? Si può condurre una vita “normale” là?

Questa raccolta di esperienze realmente vissute porta il lettore nelle case della gente comune, racconta le strade di "Gomorra" con gli occhi di chi, come milioni di persone nel mondo, la mattina esce per andare a lavoro o la sera decide di fare una passeggiata con la famiglia. Nel feudo dei Casalesi, però, queste storie qualunque hanno un epilogo fuori dal comune, degli esiti fuori programma, e dei colpi di scena da fare invidia alla più scaltra delle fiction. Esci dalla messa e ti ritrovi nel bel mezzo di una sparatoria. Lasci aperto il portone di casa in attesa di tuo figlio e un malvivente ferito e armato ti tiene in ostaggio per ore. Se fai il perito delle assicurazioni rischi di essere rapito assieme ad altri colleghi per una notte intera e costretto a partecipare a una maxi-truffa. E se sei un commerciante non puoi stare tranquillo neanche quando paghi il pizzo. 

Gli appunti della "memoria civile" di Gianni Solino sono il ritratto realistico (mai oleografico) delle ferite e delle speranze di questa "terra di nessuno" in cui ormai sembra che anche le parole abbiano perso o distorto il loro significato: se "Diego non si trova" siamo davanti a un caso di lupara bianca, se un criminale va a "fare un pezzo" qualcuno non tornerà vivo a casa, se "papà lavora fuori" il figlio dovrà aspettare che si riaprano le porte del carcere per rivederlo.

È il vocabolario del silenzio comprato o imposto, dell’omertosa ignoranza dei fatti, della paura. Un silenzio a cui, nella terra di nessuno, qualcuno può – a suo rischio e pericolo – scegliere di non piegarsi, raccontando.

“A parlare si può correre qualche rischio – scrive l'autore – A volte però a stare zitti si rischia molto di più”. Si rischia la propria dignità, si rischia di tradire l’unica cosa per cui valga la pena spendere e talvolta perdere la vita: l’altro, il fratello, l’uomo. Sarà per questo che Solino continua con questo libro a coltivare il "vizio" della parola, per restituirle dignità. Un messaggio – quello della potenza della parola – lanciato ancora una volta da Roberto Saviano, non più di qualche settimana fa, dal coraggioso salotto di Fabio Fazio, dove lo scrittore ha raccontato “la bellezza e l’inferno” – è il titolo del suo ultimo libro – della Nigeria, dell’Iran, dei gulag. E della Campania. Uno sguardo di denuncia e di speranza sul mondo, finestre di realtà mai raccontate fino in fondo, occultate dal sonno delle coscienze e dallo strapotere imbavagliante dei media.

“A farsi i fatti propri si vive cent'anni. Se non muori avvelenato” commenta Solino con l'amaro in bocca raccontando dei trafficanti di rifiuti che hanno riempito di veleni le cave della "superstrada" Nola-Villa Literno, a ridosso di case e campi coltivati.

La parola scritta serve all'autore per alimentare e portare alla luce il fiume carsico della speranza personale e collettiva, tenendo aperta la discussione, chiamando a raccolta come una sentinella.

È un libro commovente "Ragazzi della terra di nessuno", fiducioso che la “mafiosizzazione delle coscienze” (quel cancro che don Marcello Cozzi, di Libera Basilicata, ha sventolato alle orecchie dei campobassani il 16 ottobre scorso, in occasione della nascita di Libera Molise) non inghiotte tutto senza scampo; è un libro consapevole che a Casale e dintorni si può ancora scegliere da che parte stare anche se le alternative sono poche e rischiose. Non c'è spazio per la rassegnazione dunque. Sono tanti i raggi di sole che fanno dire al presidente di Libera don Luigi Ciotti, nella prefazione, che questa terra “da alcuni anni sta cominciando ad appartenere ai cittadini che la abitano”. Anche l'inverno ha nel cuore la primavera: è la scritta diventata il motto della Scuola di pace intitolata a don Peppe Diana, che per amore del suo popolo non ha taciuto. "Ragazzi della terra di nessuno" ci invita a camminare fidandoci dei lontani, ma sicuri tepori primaverili che ci rendono sopportabile il gelo invernale. ☺

gadelis@libero.it

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